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Il cigno nero, Paco Roca e Guillermo Corral – Quando la commistione fra disegno e parola rasentano la perfezione

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Ho sempre avuto alterne esperienze con i grapich novel, o li amo alla follia oppure preferirei che fossero stati scritti come semplici romanzi. Questo perché, questa forma narrativa, la devi saper gestire e far sì che le due voci, quella grafica e quella scritta, si integrino perfettamente, altrimenti, una elimina inesorabilmente il senso dell’altra. Non è il caso della storia di Roca-Corral, El tesoro del Cisne negro (Il tesoro del Cigno Nero, Tunuè, 2020) pubblicata in lingua originale nel 2018, i cui diritti sono stati venduti poco dopo per la realizzazione di una miniserie sulla piattaforma Movie+ (copeBlogs).
In questo specifico caso possiamo ben dire che è una storia in cui le due parti non solo si integrano ma si valorizzano anche a vicenda. Da un lato la scrittura che sceglie di lasciare il passo ai silenzi, laddove necessario, e di sottolineare nei dialoghi concetti importanti per comprendere le posizioni dei vari protagonisti di questa vicenda, dall’altra il disegno, che con un’eleganza di altri tempi, immagini definite da ombre nette e architetture utilizzate non solo per definire i pieni ma anche per valorizzare vuoti, trovano nella penna di Roca il modo di non rimanere statiche rappresentazioni di tavole messe una di fianco all’altra ma di essere il vero motore che da il ritmo a una vicenda che si muove fra Spagna e America senza soluzione di continuità verso un finale più reale che fantasticato.

Eh, sì, perché la storia del Black Swan è realmente accaduta nel 2007 e Corral era il Direttore Generale del Ministero della Cultura proprio quando la Spagna si ritrovò impegnata a dimostrare che il “tesoro” del Cigno Nero, apparteneva ad un galeone spagnolo, di una flotta di tre, affondato nel 1804, ad opera di navi inglesi, di fronte al promontorio di Santa María (El Pais). La vicenda parte proprio con una “soffiata” proveniente dall’America di un legale che comunica al protagonista dell’imminente annuncio del ritrovamento di un tesoro da parte di una ben nota, e poco ortodossa, società di ricerca tesori. Di qui parte l’indagine per individuare quale sia il natante trovato, l’epoca, il possibile carico e la zona di ritrovamento e successivamente, il riconoscimento, la battaglia legale e tutti i sotterfugi e le collusioni messe in campo della società americana per evitare di dover restituire il materiale alla Spagna. Ne esce fuori una storia articolata, appassionante, e per molti versi anche molto istruttiva perché difficilmente ci si sofferma a riflettere su quel che implica l’operato di questi gruppi interessati solo al mero guadagno e sull’impatto, che determinate operazioni, hanno non solo sui reperti storici e sulla memoria di un paese ma anche sull’habitat che nei secoli ha accolto e custodito questi tesori.

Guillermo Corral a sinistra e Paco Roca in una delle presentazioni fatte in Spagna

Mentre cercavo fra i mille link, che mi appunto qui e lì, dove avevo già sentito parlare di questo libro, troppi link e troppi interessi per trovarlo facilmente, sono incappata in una serie di articoli che riportano alcune caratteristiche che mi sembra necessario far presente: la scelta di un segno grafico pulito ed elegante come quelli che caratterizzavano le storie delle Avventure di Tintin e la particolare attenzione messa nella sceneggiatura che doveva essere la sintesi fra l’idea di un romanzo di avventura di Corral e un documentario vero e proprio com’era nell’idea di Roca.
L’effetto di questa sintesi felice ci regala un documentario appassionante, al punto tale che ad un certo punto ti viene il dubbio che non sia reale, moderno come i primi documentari di History Channel degli anni ’90 che utilizzavano espedienti narrativi di generi differenti come gialli e thriller e commedie mescolandoli al resoconto analitico che descrive un’epoca storica o un particolare avvenimento per rendere la Storia più appassionante per gli spettatori. In questo caso è stata fatta la medesima operazione, facilitata anche dagli eventi che si susseguono in un arco temporale ampio che va dal 2007 al 2012 che sono stati ricchi di notizie, dichiarazioni, colpi di scena e chi più ne ha più ne metta.

La perizia di Roca per rendere l’idea di questa vicenda arriva anche a “citare” immagini come quella a destra, diffusa dalla Osissey e il suo proprietario in maniera perfetta.

La sintesi tra parola e immagine qui trova la migliore delle soluzioni proprio ricalcando lo stile di Hergé in Tin Tin: poche parole fuori campo, un inserto che rimanda alla storia del galeone, tanti dialoghi che non si sovrappongono ma dettano il ritmo delle scene più tese lasciando poi spazio agli ampi panorami che fanno da sfondo alle varie situazioni. In più la selezione della sequenza delle varie tappe, sottolineando qui e lì la contemporaneità di determinati eventi, trovano una felice soluzione in questo alternarsi fra parola e disegno. È un connubio perfetto che ad un certo punto ti fa persino dimenticare che tu lo stia leggendo e non guardando in TV!

E infine la scelta dello stile della forma grafica che fa l’occhiolino al Tintin da tanti ancora amato, facendo omaggio anche alla copertina de “Il segreto del Liocorno“, mette anche in evidenza la personalità di Roca. L’eleganza e la pulizia del segno non gli impediscono però di esplicare una particolare attenzione nella definizione degli spazi, l’amore dell’arte e uno gusto tutto particolare, una sorta di apprezzamento, per lo “spazio urbano” che riesce a raccontare evidenziando differenze e similitudini se ci sofferma a confrontare le tavole dedicate alla Spagna e quelle americane. Non sono solo i colori a raccontare, ma la scelta di ciò che deve essere definito e quello che deve essere solo sfumato, che raccontano le differenze fa culture e visioni: se i panorami prettamente latini hanno una presenza scenica più articolata e a tratti più barocca, con le strade contornate da palazzi d’epoca, con un’attenzione al decoro urbano quasi “in tono” con ciò che è il contesto di cui sono parte, l’architettura, gli spazi e gli approcci americani sono più netti, razionali, definiti, come anche tutto ciò che funzionalmente non solo serve alla vita cittadina ma ne compone l’immagine definitiva agli occhi dei passanti.

Nell’insieme è una bella storia, che apprezzi prima come un avvincente resoconto di una vicenda accaduta, con la stessa ansia di un giallo e con lo stesso stupore finale e che poi ripercorri, rapito dalle belle immagini, apprezzandone i particolari. Un lavoro unico che non può che essere da esempio per intraprendere nuovi modi per costruire per raccontare storie con la formula del grapich novel. Insomma un libro che mi è talmente piaciuto da convincermi a comprare uno dei precedenti, Rughe, pubblicato da Tunuè che è interamente opera di Roca e che ho altrettanto gradito. Un lavoro veramente imperdibile da regalare anche ai più restii perché non può non piacere.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il tesoro del Cigno Nero
Guillermo Corral, Paco Roca
Tunué, ed. 2020
Traduzione a cura di Diego Fiocco
Collana “Prospero’s Books”
Prezzo 19,90€

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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