Pink, rosa, love sono i temi amati dai romanzi d'amore

Romanzo Rosa, Stefania Bertola – Non esistono stati di trance

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Ci sono due cose da premettere prima di parlare di Romanzo Rosa:

  • non ero proprio convinta di leggerlo, anzi sinceramente pensavo che sarebbe stata una sofferenza farlo;
  • se non fosse stato per Irene di Librangolo acuto e che era oggetto di una puntata di Recensire, non l’avrei proprio comprato.

E avrei fatto, tutto sommato, male visto che la storia è divertente e nello svolgersi, snocciola tutta una serie di regole utilizzate per costruire i romanzi rosa. Che poi io dica spesso che il 90% dei romanzi, di questo genere, letti e recensiti in questo spazio, in articoli visibili o ancora no, siano stati stroncati, questo, ho scoperto, leggendo le regole della maestra di rosa Leonora, non è più così certo. Oppure sì. Ma vediamo perché…

La storia o le storie

La storia principale, vede Olimpia, bibliotecaria di mezz’età e zitella, alle prese con un corso di scrittura creativa per romanzi rosa. La sua insegnante, Leonora di cui non ricordo il cognome, è un’affermata romanziera in questo genere e per Olimpia è un’occasione imperdibile. Quindi in questa storia c’è: la storia di questi sette giorni di corso, la storia scritta da Olimpia e le regole sulle quali questi romanzi vengono scritti.

Non è facile da descrivere, perché è come prendere un manuale di studio con un caso particolare da analizzare – che qui dentro è la storia che Olimpia scrive- e tentare di scriverne una recensione trattandolo come un romanzo. Da un lato c’è questo gruppo di regole ben suddivise in capitoli e giorni: Leonora è un’insegnante pragmatica e richiede ai suoi allievi il seguire pedissequamente il filo logico che lei utilizza per la costruzione delle sue storie.

Ci sono i personaggi, che devi conoscere a menadito, il filo logico della storia, almeno a spanne, e finanche il genere di storia che ti appresti a scrivere. Poi ci sono i vari impedimenti e via dicendo. E, se non fosse così specifica nel ricordare le particolarità del genere, per certi versi, sembrerebbe un corso di scrittura creativa qualunque.

Evoluzione di genere o no?

La bellissima cover, nonostante sia tutta rosa, cover de "Romanzo Rosa" di Stefania Bertola
Nonostante sia prevalente il colore rosa, che a me non piace, questa copertina è davvero bella e mi ricorda quella de “I formidabili Frank

Ora, tornando quando detto all’inizio, se dovessi considerare nell’interezza tutte le regole descritte, molti romanzi, catalogati in altre categorie o generi, sostanzialmente ricadrebbero in questo genere. Da una parte la questione è facilmente spiegabile, ovvero che, dalla fine degli anni ’90, la tendenza della scrittura è stata quella di mischiare più generi nello stesso romanzo.

Dall’altra, invece, molti romanzi che sarebbero stati “rosa”, sono stati, diciamo, “sdoganati” e inseriti nei cataloghi, in collane ben definite, degli editori che di solito non se ne occupavano. E per l’esperienza con libri come “Lo strano caso dell’apprendista libraia” o “Il tuo meraviglioso silenzio” (quest’ultimo è anche uno young adult) direi tutto sommato che l’evoluzione è solo data dalla copertina rigida e dall’inserimento in collana, perché storia e scrittura invece lasciano parecchio a desiderare.

A volte è una questione di scale

In Romanzo Rosa, Stefania Bertola divide nettamente le tre storie alternandole sempre allo stesso modo: lezione, vita di Olimpia e storia scritta dalla stessa protagonista. Vi assicuro che sarà difficile non ridere e, per certi versi, lo svolgersi della vicenda ricorda pericolosamente quando frequentavo la facoltà di architettura e avevo il primo esame di composizione: tu avevi un progetto da portare a termine e un professore con una serie di assistenti che la pensavano ognuno a modo suo. Quindi ti presentavi alle revisioni e uno ti diceva che le scale circolari “giammai!”, l’altro ti chiedeva perché l’avevi inserita dritta e il professore ti guardava dicendoti: “sicura che uno voglia salire di sopra?” oppure, nel peggiore dei casi, ti suggeriva di metterla circolare!

Oppure di chiavi

Ecco è la stessa trafila che passa Olimpia, in parte perché il processo creativo, seppur veicolato con le regole, è suscettibile dell’estro del momento, che detta il percorso verso cui si sta andando. Mi spiego meglio: il processo creativo non è mai lineare, non succede mai che tu ti siedi dicendo “Oggi disegno un appartamento bellissimo” e l’appartamento ti viene. Non funziona così.

Ogni idea si nutre di molteplici fattori e per spiegarla meglio è come quando perdi le chiavi in casa e non le trovi: e tu stai lì che cerchi e cerchi. Possono succedere due cose: smetti di cercarle e compaiono e quindi l’idea è sostanzialmente casuale oppure ripercorri mentalmente quello che hai fatto e l’idea è deduttiva e una sommatoria di un insieme di fattori che potrebbero non c’entrarci nulla con quel a cui stai pensando, ma essere comunque parte del percorso.

Regole e creatività

Le regole si innestano dopo questo lampo di genio, a volte anche prima, per far sì che questa idea non venga sprecata. Giulio Mozzi, anni fa, diceva e mi sembra che lo abbia anche scritto che, quando hai un’idea, prima di metterla su carta devi sapere a menadito chi sono i tuoi personaggi, i luoghi e forse anche le vicende che faranno parte della tua storia per evitare che vadano sprecate. Perché, una volta su carta, sarà difficilissimo virare il senso di una storia che non va e staccarsi dagli errori o i limiti evidenti che si sono creati e quindi l’idea andrà sprecata.

In tutta sostanza la Bertola, attraverso le divertenti osservazioni che fa Leonora, sulla prova di Olimpia, ci fa perfettamente capire l’assunto di Mozzi: la soluzione che si prospetta, privata di un personaggio che da l’avvio a questa storia rosa diventa grottesca e un po’ sciocca e trovare un altro punto d’attacco sembra sostanzialmente impossibile, tant’è che l’autrice inserisce solo i capitoli scritti relativi alla lezioni che Olimpia segue. Ne esce un qualcosa che diventa prima zoppo da un lato poi monco dall’altro e alla fine un papocchio, passatemi il termine, surreale.

Genere abbandonato per saturazione

Poi c’è la questione delle regole del “rosa” o Melody o Harmony o chiamatelo come più vi piace. Come detto più volte qui e là in questo spazio o altrove, il genere, per ora non è più il mio genere. Non apprezzo più questo amarsi e lasciarsi alla prima pagina perché, sennò, come le riempiamo le altre 150? Ma non nascondo di esserci entrata in contatto e che il genere mi abbia permesso di non perdere l’abitudine di tenere un libro in mano o in borsa, anche nei periodi più complessi della mia vita.

Ma il limite del genere, come evidenzia anche Leonora implicitamente, non sta nella gabbia che serve per costruire le storie ma piuttosto nei corollari: i nomi dei protagonisti, le tipologie di impedimento che non si possono aggirare e via dicendo. Ne escono fuori milioni di storie tutte molto simili in cui l’unico cambio può diventare addirittura solo ed esclusivamente il nome dei protagonisti. E alla fine a me un po’ stufa, anche se ammetto di avere dell’ammirazione per quelle che invece riescono a rimanerci dentro e ad emozionarsi ancora nonostante tutto.

Ma non è finita qui!

Eh no! Perché nel leggerlo mi sono sovvenute un sacco di storie diverse, che ho letto negli anni e che invece sono catalogate in generi diversi. La differenza fra loro e i melody di Leonora a guardare la trama non c’è, ma c’è altro almeno per molti di loro. La diversità sta nella lavorazione successiva e pure qui mi spiego meglio: avete trovato le chiavi, e quindi la vostra idea, l’avete messa su carta seguendo sostanzialmente le regole. La differenza si trova nel modo in cui si guarda alla scrittura e come si caratterizza questa scrittura: se il genere rosa pretende più attenzione ai vestiti, il noir alla psicologia, il giallo ai particolari e via dicendo.

Quindi solo una questione di sfumature?

E poi il significante, tanto amato da me prima e molto di più quando scoprii che Michele Mari ne parlava anche lui e con più cognizione di causa, aggiungerei. La lavorazione del rosa, a quanto la Bertola dice, si ferma alla soddisfazione delle regole e a qualche sfumatura aggiunta, l’altra letteratura invece tende a vedere e amplificare gli aspetti più evidenti. Per cui lo scritto ha alla fine una trama di superficie e una secondaria e quella secondaria ti consente di guardare alle vicende narrate in un modo, a volte diverso. Il significante da la profondità a questo susseguirsi di scene che possono apparire un po’ piatte e, a volte, ti restituisce una serie di motivazioni che hanno scatenato l’urgenza o la necessità di scrivere.

Niente stati di trance o illuminazioni divine: la scrittura è frutto di applicazione, metodo e esercizio!

E terminiamo con una considerazione di massima: non esistono scrittori che scrivono di getto in trance e tirano fuori alla prima stesura il romanzo del secolo. Magari ci può essere stato qualche genio, ma se vi capiterà di leggere le biografie di chi non c’è più o ascoltare degli approcci degli scrittori contemporanei ecco, non funziona così. La differenza può stare dall’attacco: chi parte con chiarirsi un’azione di avvio, chi invece dai personaggi e chi dai luoghi o addirittura dal tipo di storia o da quello che vuole dire al lettore. Poi c’è l’impegno, l’esercizio continuo, la riscrittura, i tagli etc. Persino la Bertola trova il modo di dirlo ai suoi allievi durante queste lezioni.

Quindi libro piaciuto? Un sacco! Mi sono divertita un mondo con queste continue correzioni e con le storie surreali costruite dai vari discenti. Mi è piaciuto il tono leggero, il fatto che non si sia presa sul serio ma che abbia un chiaro intento fra un sorriso e l’altro, di farti aprire gli occhi e farti capire perché, ad un certo punto, ti sembrano tutti uguali questi libri. Romanzo Rosa ti lascia una sensibilità diversa anche su tutta l’altra narrativa che leggi, ti rende un po’ più consapevole e questo sinceramente è un aspetto che, facendo la blogger che parla di libri, sostanzialmente non mi dispiace affatto.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Romanzo Rosa
Stefani Bertola
Einaudi Editore, ed 2012
Collana ET “Einaudi”
Prezzo 13,00€

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