Del processo creativo della scrittura…

Lingua nera, Rita Bullwinkel

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Ho realizzato solo stasera che non sono io che non sono più capace di scrivere recensioni di getto, che amerei leggere, ma probabilmente è lo spazio nuovo che mi condiziona. Mi sembra sempre che quel che scrivo non sia mai come lo vorrei e, così, continuo a riscrivere gli stessi concetti nella speranza che arrivi quell’attimo fatale in cui dire basta, va bene così; scrivo il titolo della recensione dietro il trattino, seleziono categorie, tag, foto e la recensione non la tocco più – e questo processo sembra sempre non arrivare mai abbastanza presto! L’ultimo “momento cercato”, in ordine di tempo, è proprio per la recensione di Lingua nera, libro con il quale ho rotto le scatole a tutto il mondo conosciuto e sconosciuto, perché, come vi direbbe un romano verace più di me (e ci vuole davvero poco ad esserlo): “S’ha da legge, senza se o ma!”.
La mia sconsiderata, e anche un po’ scostumata, passione per questa autrice deriva dal fatto che, in questo modo di scrivere un po’ traverso, io mi ci ritrovo benissimo, perché è da intendersi come una forma d’arte, dove l’emozione suscitata dall’opera non è che l’ultimo atto di un percorso che è esso stesso espressione artistica. Succede molto spesso nell’arte contemporanea: l’oggetto che si osserva, per chi lo guarda, ha un significato totalmente diverso dal titolo che gli è stato dato. Ecco, la raccolta di short stories di oggi la dovete guardare così, come una galleria di rappresentazioni in cui il prodotto non è solo la storia ma la selezione delle informazioni che la compongono, l’intonazione di chi parla, i significanti che non sempre sono rappresentati dai titoli e quel graffiante senso di “bilico” in cui tutto ciò che sembra normale, tranquillo e abitudinario, smette di esserlo rivestendosi di tinte diverse, più scure o più accese a seconda dei casi, e a volte un po’ , spaventose o strabilianti. Quello che vi posso dire è che non si tratta di storie horror ma alla spiegazione di “spaventose” ci arriviamo, tranquilli.

Diciassette, o diciotto (ho smesso di contarle dopo la seconda volta che ho provato a parlare di questo libro, ogni volta viene un numero diverso, quindi scegliete il numero che più vi aggrada), storie di lunghezza variabile attraversano fasi della vita, temi cardine, questioni vitali o meno, amicizia, amore, storie di rapporti che nascono e che finiscono. Sono tutte diverse ma correlate fra loro da piccoli sottintesi, pensieri comuni, personaggi che spuntano qui e lì. Ma correlarle, creandone una collezione armonica, non è possibile e sarebbe anche riduttivo: stanno bene da sole perché sono tutte il risultato di percorsi molto diversi fra loro.
Ci sono anche tante voci qui dentro, è come un grande mercato dove ognuna ti chiama e si sbraccia per attirarti nella storia che la riguarda e puoi anche non leggerle nell’ordine in cui sono messe secondo me, perché l’obiettivo non è quello di creare un crescendo o di doverti trascinare in fondo e nemmeno di lasciarti una lezione. Nel mondo in cui vive Rita, tutto questo non serve perché, il lettore che vi si avvicina, è stimolato fin dall’inizio naturalmente ad avere un suo senso critico. Sono lavori che amplificano situazioni e ruoli, che ti mettono in condizione di guardare a fondo quel che ti si indica senza che tu supinamente subisca, scegliendo come contesto qualcosa che ti sia familiare. Ricordate quel che si diceva sulle short stories che ci siamo detti parlando delle storie di Daniele Titta? La short story sacrifica la trama articolata a favore del coinvolgimento emotivo del lettore. La Bullwinkel è una maestra, in questo lavoro contando su un talento che travolge tutti coloro che ci entrano in contatto, crea una voce e un ritmo differente a ogni racconto, non perdendo nemmeno un particolare o un momento del passato dei suoi protagonisti. Non seleziona quello che ti deve raccontare e non ha bisogno di sotterfugi letterari: è tutto lì alla luce del sole, la stessa, dove peraltro si svolgono tutte le situazioni di cui ti parla. Se fosse una moderna giallista troverebbe il modo di metterti tutti gli indizi sotto il naso in modo che tu sia informato anche se non capisci come fai a saperlo.

gatti e libri. Joyce e Luna, dormire fra i libri per il primo è un'abitudine e per la seconda è stata una scoperta interessante.
Joyce e Luna, dormire fra i libri per il primo è un’abitudine e per la seconda è stata una scoperta interessante. (Simona Scravaglieri)

Il segreto te lo svelo io facendo un po’ di spoiler: Rita è bravissima nel gestire i panneggi. I panneggi in arte sono le pieghe dei vestiti o delle stoffe. Sono così semplici da essere complicati da gestire e da riprodurre: il panneggio da il senso di profondità, rende l’opera più tridimensionale e verosimile. In questo caso, le informazioni che in un tradizionale romanzo occuperebbero interi capitoli, si nascondono nelle pieghe delle sue storie, come frasi inserite ad arte che giungono nel momento che non ti aspetti, che non sono così evidenti ma perfettamente pertinenti, dandoti l’opportunità di capire e di essere alla distanza giusta. Tu conosci, comprendi e hai le giuste informazioni per capire comportamenti e azioni. Nulla capita per caso qui dentro, è tutto volto a stabilire questo contatto con il lettore che, insieme all’autrice, è esso stesso parte del processo creativo.
Scrivere è un’arte, un atto che richiede il coinvolgimento di chi riceve ciò che scrivi e, questo rapporto, fa sì che quell’oggetto, fatto di pagine, diventi e venga ritenuto arte. Lo è se ti scuote, se ti costringe a ponderare quello che hai letto e a metterlo a confronto con le tue convinzioni e, solo allora con adeguate motivazioni, accettarlo o respingerlo. Se tutto questo non avviene, il processo creativo si rompe, diventa fine a sé stesso, effimero e anche un po’ inutile, perché chi guarda e in questo caso legge, al prossimo libro se ne dimenticherà per sempre. È per questo che si scrive, per una forte urgenza di dire, di confrontarsi e raccontarsi. Ma soprattutto per rimanere.

Urgenza che viene anche al lettore, qui è infinitamente facile farsela venire, perchè la Bullwinkel ti prende alla sprovvista sin da subito; ti serve l’orrore senza che questo, nella tua normalità, sia tale. Trasforma azioni quotidiane in un mondo che ti tocca e ti colpisce, ti suggerisce i segreti della morte, ti accompagna raccontandoti verità sull’amore e sulla difficoltà di rapportarsi, ti parla di fobie e di amicizia, di vita e di delusioni e anche di sopravvivenza. E tu non rimani illeso perché parte integrante di questo processo creativo. L’insieme, ricomprendendo anche te, funziona come un atipico romanzo di formazione: chi cambia non sono i protagonisti di questa storia, ma sei proprio tu. Te lo suggerisce con la prima storia che, da un lato, ti indica una morte amica che ti toglie qualcuno rendendoti la sopravvissuta di un matrimonio finito troppo presto, ma si comporta da amica dandoti il tempo di elaborare una vita, fra ricordi e confronti, dandoti anche l’opportunità di scoprire se, quella “tu” che ti eri disegnata in testa, sei davvero tu oppure un altro quadro astruso, ma inspiegabilmente apprezzato, di quelli che fai.
La bellezza dello scrivere in maniera totalmente atipica, sta nella costruzione traversa della storia: è un romanzo, short story, di formazione inconsueto, perché l’evoluzione della nostra vedova non avviene, come per il giovane Holden, guardando avanti cercando di non inciampare nel futuro ma guardando indietro cercando di non perdersi nell’idealizzazione di una figura la cui trasfigurazione perde i suoi contorni definiti con il passare del tempo ma la cui assenza è una pesante presenza.

Tutti i racconti di questa autrice hanno un che di atipico, che si ritrova nella difficoltà di scendere a patti con quel che ti suscita ogni rappresentazione e per me, nonostante mi siano tutte piaciute, ce ne sono due che difficilmente scorderò. La prima è come se si svolgesse su un palco: due figure affiancate sono al buio e ogni volta che una pronuncia una frase viene illuminata da un fascio di luce che si spegne quando finisce di parlare. Ti rendi conto fin da subito che sono marito e moglie: la loro voce è asciutta e tranquilla come la risacca del mare che li lambisce come a volerseli portare via. Le frasi che pronunciano sono brevi, e mano a mano si arricchiscono di piccoli particolari che ti raccontano che questo senso di distanza anaffettiva è solo una facciata, una forma misurata con cui raccontarsi: non ce l’hanno l’uno con l’altro. Hanno vissuto un amore serio, composto, discreto. Lui rimarca a lei la frustrazione di essere stato con una donna che non aveva poi molto da dire e lei a lui rivela di aver poco amato la strada ordinata dove si erano trasferiti. C’è pace prima del finale, non ci sono scatti o momenti di tensione, ma quando arriva ti colpisce con il suo tono che ti aspetteresti più da una constatazione che da una conclusione. E la morte compare anche qui – sono una persona allegra giuro e manco un po’ dark, siamo chiari! -, non direttamente, ma è parte stessa del questo finale, è un testamento silenzioso che pone l’unica risposta che annulla tutte le domande sul significato della vita.

La raccolta di short stories di Rita Bullwinkell pubblicata da Edizioni Black Coffee
(Simona Scravaglieri)

Perché è necessario conoscere questa raccolta? Innanzitutto per far parte di questo anomalo processo creativo che in Italia quasi non esiste; appartiene a scrittori che sono immersi in una cultura che punta molto più sul rapporto fra testo e comprensione, che si rivolge ad un pubblico che non ha paura a lasciarsi coinvolgere e che è desideroso di confrontarsi con grandi questioni, da punti di vista inconsueti e narrati in maniera nuova e diversa. È un po’ come guardare alla vita non più dalla comune, mortale e noiosa posizione eretta ma osservare il tutto a testa in giù fra le quinte disegnate dalle gambe: tutto è al solito posto ma appare diverso, quasi nuovo allo sguardo.
Così un discorso, che ha decisamente senso, sui costi/benefici di comprare indumenti costosi al posto del caro, vecchio, reggiseno ha un senso logico e accettabile per una persona eretta, lo scoprire che il reggiseno non sia un oggetto in questo caso è uno sguardo a testa in giù. L’azione dell’uso si riveste nuove sfumature e tu stai lì, sbalordito e preso in castagna, a cercare di capire come un gesto così normale del constatare che il reggiseno, ormai logoro per il suo intenso utilizzo, debba essere sostituito da uno più nuovo diventi un’azione orribile. Oggettivamente sai che non si può tenere tutto ma la sfumatura tende a rimarcare la noncuranza con cui lo fai, il contesto in cui si inserisce – meglio risparmiare o puntare verso un qualcosa di più duraturo-, ma sopratutto il nostro rapporto con gli oggetti; in un mondo consumistico ci circondiamo di oggetti per la pura gratificazione estetica e ce ne separiamo con altrettanta leggerezza.

L’unico appunto che si possa fare a questa raccolta è che forse per il pubblico italiano, andavano invertiti i due racconti iniziali, non tanto perché non stiano bene così, ma perché i lettori italiani sono sempre un po’ cocciuti e restii a farsi convincere e il secondo racconto, quello dei due coniugi che parlano della loro vita per intenderci, è più breve e diretto e avrebbe convinto anche il lettore più leggero, a finirlo e a decidere di comprare immediatamente il libro per soddisfare la curiosità.
Ma la casa editrice ha pensato anche a questo: ha, io non lo sapevo, una bella serie di podcast “Black Coffee Sounds Good“- tutti davvero belli – di cui l’undicesimo è incentrato su questa raccolta. La mia urgente necessità di possedere e leggere questo libro, nasce proprio grazie a quel podcast, con la voce narrante e rassicurante di Marta Ciccolari Micaldi, in cui tre delle short stories di Lingua nera vengono lette e commentate.
Rita Bullinkel diventa così un’amica e un’esigenza e il fatto che ci siano solo queste storie in circolazione, per ora, fa sì che, ad un certo punto, si rallenti la lettura non perché diventi difficile ma solo per farla durare un po’ di più. È la scrittrice che non ti aspetteresti che esista, che ti svela che ci sono ancora molti modi da esplorare per guardare al mondo e raccontarlo e che l’orrore che si svolge alla luce del sole non sempre è così pauroso e a volte è necessario per guardare alle cose in un modo diverso e più consapevole. Tu puoi non crederci, ma ascoltando il podcast è probabile che questa raccolta diventi necessaria per te quanto lo è stata per me.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Lingua nera
Rita Bullwinkel
Edizioni Black Coffee, ed. 2019
Traduzione a cura di Leonardo Taiuti
Prezzo 15,00€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

2 Comments

  1. Racconti che sono piaciuti tantissimo anche a me. Black Coffe sta traducendo un sacco di libri veramente sorprendenti. Nei prossimi giorni scriverò anche io qualcosa su questo libro

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