Il blues del rapinatore, Flemming Jensen – Quei vecchi casi da rispolverare

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Ci sono delle volte che “vecchi casi” e vecchi libri ti regalano inaspettatamente delle sorprese come in questo caso; la domanda vi sorge spontanea:”Ma perché sei solita comprare libri brutti?” e, la risposta è che non amo buttare i miei soldi, ma non sono una fan delle sinossi perché, secondo me, rovinano il mood di un libro e quindi, se dopo averne letto due righe, l’insieme mi stuzzica lo compro, altrimenti passo ad altro.
Lettura davvero bella e interessante quindi, uno di quei libri che troveresti andandolo a cercare quasi in fondo nel catalogo Iperborea. Ora, visto che in fiera il loro stand non sono riuscita a vederlo nemmeno di striscio recuperiamo con una pubblicazione del 2011 che conserva, stando ad Amazon, l’originaria cover e che ti prende già dalla prima pagina raccontandoti che il prologo di ciò che ti appresti a a leggere è lungo, tenetevi forte, ben nove capitoli!
E’ vero, ha un prologo che non è un’introduzione perché secondo la costruzione di questo giallo nel giallo, tutto non è come propriamente sembra: i personaggi non sono come appaiono, molte situazioni nemmeno e forse pure nella percezione della legge e della politica forse si sta prendendo una bella svista. Perché tutto possa reggersi in piedi ci deve essere un sostegno, che non necessariamente sia l’obiettivo della storia stessa, ma che le permetta di stare in piedi e qui è solo un dato di fatto: c’è un reato. Tutto quello che è avvenuto prima, dopo e nel mentre compongono il nostro giallo nel giallo e quello che il lettore legge è un mirabile gioco di falsi positivi e per capirci qualcosa bisognerà seguire la strada indicata dalla voce narrante.

Siamo in Danimarca: il primo ministro sta vivendo un periodo complesso della sua carriera: da un lato la necessità di apparire sempre sul pezzo e brillante come lo era in campagna elettorale e dall’altro fronteggiare una vita privata che non è brillante come uno si aspetterebbe. Ci sono incontri ufficiali e altri meno ufficiali che vengono svolti a latere delle serate private o di gala. Ma è successo qualcosa, qualcuno ha commesso un errore e questo sta venendo a galla, i giornalisti adorano notizie del genere e, l’unica soluzione è che qualcuno si prenda la colpa e il designato è il suo brillante e accorto secondo, che se avesse la presenza fisica e la parlantina del suo capo probabilmente sarebbe seduto al suo posto e invece lavora sempre defilato al servizio di un politico spigliato in pubblico ma decisamente poco intelligente e furbo.
C’è una rimessa per le barche al limitare di un bosco, dentro ci sono due figure e, a ben guardare sembrano i nostri due uomini, discutono animatamente, anzi uno è arrabbiato e l’altro lo guarda con sufficienza come se si fosse auto convinto che quel che ha appena detto sia in fondo una verità e lui non abbia altra scelta di stare a sentire le paturnie di un uomo che ha sbagliato. Poi il buio torna ad avvolgere tutto e tutti…

(Simona Scravaglieri)

Cominciamo con il dire che tutto qui sembra armonicamente fuori posto, la voce narrante che presenta una storia sentita raccontare da chi sapeva, anzi dal colpevole, la situazione trascritta in una maniera così particolare, una latente ironia e il divertimento dell’autore nel complicare oltremodo la vita del suo personaggio. La storia scorre dannatamente bene, al punto tale, che ti verrebbe da annullare tutti gli impegni personali per vedere come va a finire, sopratutto perché non puoi non parteggiare un po’ per colui che ha commesso un madornale errore che poi gli si è ritorto contro migliaia di volte e continua a farlo anche dopo e, in questa escalation di situazioni surreali, non trova scampo. Lui si mette a nudo e le sue azioni si svelano ai lettori non solo nel loro svolgimento ma anche attraverso i commenti nei dialoghi e nei confronti con i personaggi sempre a contrasto con il protagonista principale.

In particolare c’è un confronto con una scout, che è particolarmente lungo in proporzione alla lunghezza della storia, in cui l’autore sembra prendersi una licenza e sembra un po’ la descrizione dell’assurdità della vita del politico nel confronto degli elettori. La giovane sembra aver capito qualcosa di ciò che è successo e il colpevole si ritrova a dipingere una situazione verosimile cui lei sembra credere e quando il tutto si complica lui è costretto, non solo a giustificare la scoperta, ma anche ciò che ha detto in precedenza e via dicendo in una continua escalation surreale e quasi comica.
E’ in questo dialogo e nei pensieri di lui che ad un certo punto realizzi il pensiero di chi scrive e le mille sfumature di un linguaggio che spesso non comunica, ironicamente, in modo chiaro ed inequivocabile bensì è sempre interpretabile secondo quello che chi lo recepisce si aspetta di vedersi rispondere. Ed è un meccanismo complesso che non riguarda solo la parola in sé, ma anche i gesti, l’intonazione, la postura.
Tutto concorre acciocché il messaggio, seppur riporti una verità scomoda, possa essere abbellito, il suo significato deviato o reso giustificabile. E la cosa strabiliante è che tutto questo si svolge con naturalezza, non è costruito, pedante, stagnante. Tutto scorre con un bel ritmo grazie anche al fatto che la storia è tutta in luce essendo narrata dal colpevole.
Succede lo stesso anche per alcune riflessioni; a me ha particolarmente colpito “Sto ovviamente con Max: anche per me la legge è solo una circostanza pratica“. Di frasi come questa ne troverete un po’ sparse qui e lì a conferma anche di un cinismo latente che non è solo caratteristica di coloro che operano in politica ma sta contagiando anche la base “votante”.

Uno dei punti in cui la filosofia politica sembra prendere il sopravvento, in maniera sempre controllata.

Il protagonista di questo resoconto è un uomo che è già stato giudicato, che sa di essere colpevole ma che, al culmine di tutto ciò che ha dovuto governare, prima e dopo il reato, ha un grande bisogno di confidarsi, spiegarsi e rielaborare quello che è successo. Solo a quel punto, ovvero quando troverete questo secondo bandolo della matassa, capirete che in fondo il centro di questo giallo è un altro e che rispetto a questo vecchio libro quello che si trova oggi in circolazione sembra un po’ stantio. E allora ti rendi conto che, passare tanto tempo nel cercare fra i libri usati è una gran fortuna altrimenti non lo avresti notato e guardato; non avresti così scoperto che in fondo è un romanzo, cui non serve l’etichetta del “romanzo di formazione”, perché ha una potenza tutta sua data dalla facilità di scrivere governando situazioni senza soluzione di continuità, di gravità o pericolo -per chi le vive- ora maggiore e ora inferiore, in maniera eccellente. È un libro che ho letto quest’estate e che mi è piaciuto un sacco ma ero impegnata nel passaggio di hosting e non ho avuto tempo di raccontarvelo ma ho verificato che fosse ancora in vendita e c’è. Questo è un ottimo regalo sia per un lettore che per un non lettore che si vuole avvicinare alla lettura: 256 pagine succinte ma tutte molto accattivanti, dall’inizio alla fine, ed è impossibile stancarsi!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il blues del rapinatore
Flemming Jensen
Iperborea, ed. 2011
Traduzione a cura di Ingrid Basso
Collana “Ombre”
Prezzo 15,50€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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