Bull Mountain, Brian Panowich – I contrappesi che non vi ho raccontato

17 mins read
Start

Nella lista dei libri letti anche Bull Mountain spicca come un libro decisamente al di fuori della mia comfort-zone ma lo è fino ad un certo punto. Io che ho sempre cercato libri che non ti lascino solo la sensazione di aver passato un tempo di qualità e null’altro, in questa storia ho trovato interessante osservare come si può costruire un lavoro di successo senza doversi caricare di inutili pesi o descrizioni. Un testo snello, leggibile e con un buon ritmo che gioca su una serie di rapporti: passato-presente, grande-piccolo, detto-non detto, apparenza-realtà.
La parte ancora più interessante è come questi confronti siano inseriti nella storia con naturalezza, come si abbia la sensazione che, coglierne la presenza, sia come scoprire un tesoro nascosto. Nulla è nascosto, tutto ciò che racconta questa vicenda è descritto alla luce del sole e questa è già una direzione certa che viene tracciata sin dall’inizio: a Bull Mountain la legge c’è ma non è quella del resto del mondo.

Bull Mountain è il nome della montagna ma anche della cittadina che è nata alle sue pendici. È un mondo a parte nella misura in cui una città si deve adeguare all’ambiente dove è sorta: le regole sono simili ma sono arricchite di lemmi, non scritti, ma rispettati come fossero leggi. Siamo in città, e all’ufficio di riferimento si presenta un federale che chiede un colloquio con lo sceriffo del luogo; il federale sa chi è colui che sta cercando e sa che ha già collaborato in passato con il Bureau. Lo sceriffo della città che lo riceve, per contro, è un uomo parecchio scettico riguardo l’ennesima visita di un federale perché ricorda bene come è andata l’ultima volta, non può rifiutarsi di riceverlo se non si vuole riempire la città di agenti esterni ma, avrebbe voglia di tutto meno che di starlo ad ascoltare. L’incontro avviene: due lati della stessa legge si parlano, anzi uno dei due ascolta, continuando a vedere quel corpo a terra senza vita e a sentire il peso di quell’operazione andata male sin dall’inizio, e l’altro continua a parlare con la certezza, che il suo piano così semplice, troverà il favore dello sceriffo che, dalla sua, vive questa situazione come una continua ombra sulla sua stella.
Alla fine del colloquio i due si lasciano come quando si sono incontrati: il federale è certo di aver carpito l’interesse scavando nel muro di diffidenza dello sceriffo che, invece, continua a rimanere scettico. L’oggetto di questa operazione, ovvero lo smantellamento del traffico di armi, che passa per la montagna, gestito dai Burroughs è una spina nel fianco, come lo è quella famiglia che continua a dettare legge su quelle pendici e su quei boschi. Quella famiglia, che è anche stata la sua, e che lo ha rinnegato due volte: la prima quando ha deciso di passare dall’altro lato della legge e la seconda quando, per spingerli a collaborare con la sua giustizia, c’è scappato il morto, uno dei suoi fratelli maggiori.

Ricordavo di aver visto questa foto: Telluride in Colorado è un po’ come immagino io Bull Mountain (Foto di 1778011 da Pixabay)

Il problema di raccontarvi questo libro sta tutta qua: non è un thriller, non è una saga familiare e nemmeno un giallo, non è una storia di formazione e neanche una che racconta una dannazione e, nel contempo, è tutto questo e anche di più. Troppi fattori, troppe sfumature da commentare e da selezionare per una sola recensione. Bull Mountain è un libro su cui puoi parlare per ore e, sempre, ti sembrerà di non averlo abbracciato tutto. Sarai certo che avresti potuto scrivere anche questo o quello che ti avrebbe potuto portare un po’ più in là di dove sei arrivato. L’unica cosa certa è che, nonostante la mole di pregi e di generi che potrebbero essergli attribuiti, il lavoro di Panowich non è un pomposo e gotico libro noioso. Così con una scrittura fluente e lucida, che sa perfettamente dove sta andando a parare, insieme a questo scrittore e pompiere della Georgia, attraversiamo la città e le stradine di montagna come fossimo turisti in un film dal sapore di altri tempi. Senti la polvere che ti ricorda quella dei film western, come senti anche i rapporti, che regolano la vita di questo luogo, duri e senza orpelli di sorta: qui la comunicazione è quello che dovrebbe essere di base, ovvero un mezzo per comunicare. Tutte le smancerie e i sentimenti appartengono ad un altro mondo, quello al di fuori dei confini della zona.
La storia della famiglia Burroughs si dipana in queste pagine alternandosi alla vicende del presente narrativo e diventa una saga alternativa: niente signorine imbellettate, qui le donne che sopravvivono devono essere dure come gli uomini. Non è una questione legata al fatto che passi la maggior parte del tuo tempo immersa in luoghi inospitali e al limite, ma è come il linguaggio, la vita invita alla semplificazione, la natura, tanto in voga tra i poeti, qui non ha bisogno di tante parole e anche in versi. Un albero si pianta e se regge alla prima gelata cresce, resiste in inverno al gelo e in estate distribuisce al vento le spore o i semi per nuovi alberi e la sua vita continua finché un fulmine, o qualche altro accidente della natura, metterà fine alla sua esistenza. Non c’è altro. Questa famiglia che da secoli abita, insieme ai suoi uomini, la montagna e ne mantiene la proprietà è come l’albero, generazioni di capi e di sottoposti, vivono dei traffici che gestiscono e controllano che i loro luoghi non vengano contaminati da gente estranea, si sposano, fanno figli che giocheranno fra loro e che un domani diventeranno i capi o i sottoposti che sono oggi. Costituiscono una sorta di comunità, anche di famiglia se vogliamo, perché si conoscono fin da ragazzini e sono cresciuti immersi in quelle che sono le regole che anch’essi, quando sarà il loro turno, insegneranno ai loro figli.

In questa grande ruota della natura, applicata ai boschi e alle vite della comunità illegale dei Burroughs, c’è un’unica nota stonata: Clayton. Non era tagliato per quel mondo ma avrebbe potuto continuare a vivere lì, con quelle regole che in fondo avrebbe potuto rispettare, vivendo una vita schiva. Ma no, lui ha scelto di tradire la sua gente, le sue regole e la sua vita per scendere a valle. Ha scelto l’altra giustizia, quella che vivono gli altri, ha scelto di fare lo sceriffo tradendo il padre e i fratelli maggiori. È e rimane in questa storia l’unico tramite, l’unico che può salire sulla montagna sapendo che tornerà vivo. Clayton non è solo questo: è colui che sa e che vuole ignorare, è quello che vive la dannazione di due vite monche quella di oggi, che manca di quel senso di comunione che viene dalle famiglie allargate, che vivendo nell’illegalità sono e devono essere legatissime e sempre presenti, e quel continuo senso di colpa della sua vita precedente a causa della quale sa che, chiunque lo guardi, ora, vede lo sceriffo ma anche il suo passato. È così che questa storia diventa anche una “storia di formazione” incompleta, tant’è che l’autore ha sentito il bisogno di continuare con le vicende di Bull Mountain con altri due libri di cui uno in prossima pubblicazione, ma che porta comunque alla nascita di un uomo diverso che, ad un certo punto, deve fare i conti con queste due mezze vite che non ha mai completato e che continua a vivere a metà.

La penna di Panowhich ha questa facoltà che io non ho, alleggerire quello che è il senso di pesantezza e indeterminazione di queste vite al limite, facendotele vivere in un contesto da thriller: qui non c’è da salvare il mondo anzi, il mondo al di fuori dei confini di Bull Mountain sta bene e gode di ottima salute, c’è e lo si sente quasi rumoreggiare da lontano. Qui il problema non è quel che c’è, ma quel che passa e qui trova il posto adatto per essere dispacciato ovunque. La montagna è oggi un crocevia per lo smercio di armi come ieri lo era per la droga e prima ancora per l’alcol. Il punto è che ieri la produzione si faceva in montagna adesso con le armi il commercio è solo di passaggio e, soprattutto coinvolge entità che fuori, nell’altro mondo, sono oggetto di controllo. Ci sono i Bickers, quelli cattivi americani, tutta pelle dei vestiti, peli, pessima igiene personale e tanto olio motore e rumore delle marmitte delle loro moto, che portano e riportano armi e soldi, commerciando con la famiglia Burroughs: sono, insieme al federale all’inizio di questa storia, le contaminazioni in un mondo che fino ad oggi ha funzionato come una macchina ben oleata, a testimonianza che Bull Mountain, città e montagna, potrebbero fare anche a meno di ciò che c’è al di fuori del confine.

Su tutto questo, un senso di non detto, pervade tutto: non è solo la storia dei rapporti, delle famiglie, dei traffici, non è nemmeno questa forte attesa di quello che può succedere. C’è un bit che manca all’appello e che sai che potrebbe arrivare ma non ne conosci la natura e nemmeno la portata. C’è e l’autore lo sa gestire benissimo: lo intravvedi nelle maglie della vicenda ma non ti è chiaro fino all’ultimo perché, già quello che c’è, ti sembra sempre più completo di come in realtà sia. Però questa lucidità dello scrittore ti prende, ti avvolge, coinvolge e pure tu, per tutta la durata di questo libro, peraltro snello, , diventi parte del contesto in cui ti trovi. Il risultato è che chiudendolo per qualche giorno nessun altro sembrerà all’altezza, nessuna storia riuscirà a bilanciare magistralmente dannazione e vita allo stesso modo e nessuna vicenda ti sembrerà così verosimile come quelle narrate da Panowich. Ti sentirai un po’ orfano ma non sarà per molto, come detto almeno un altro libro “Come i leoni. Ritorno a Bull Mountain” c’è già, ma ad un certo punto avrai chiara una cosa: che la dannazione, quella vera, è una questione di pesi che ci portiamo tutti noi, è costituita da tutte le nostre contraddizioni – futuro e presente, regole e libertà, eredità e scelte di vita personale-. La tua vittoria non sta nel viverla e nemmeno nell’essere famoso: la vera vittoria sta nel riuscire a vivere bilanciando i contrappesi in modo che tu non possa inciampargli sopra.

Un libro pressoché perfetto, ben scritto e anche tradotto perché io l’ho letto così, con una copertina spettacolare, che segna l’arrivo su Letture Sconclusionate di NN, una casa editrice relativamente giovane che, nonostante le fiere in cui ho potuto incontrarli, conosco veramente ben poco nonostante abbia numerosi titoli del suo catalogo. Credo però che questo sia veramente un biglietto da visita magnifico per incominciare a frequentare il catalogo con più attenzione e consapevolezza. Tra l’altro cercando i dati completi del libro sulla loro pagina ho scoperto che esiste anche un “SongBook di Bull Mountain” che potete trovare nella pagina dedicatagli dall’editore .
Panowich è stata una vera scoperta, talmente gradita che ho comprato subito il seguito che sto finendo di leggere, e apprezzo veramente tanto il suo stile e la sintesi che utilizza per ricostruire le vicende che narra; hai sempre la sensazione che lui queste immagini le viva come in un film e le riscriva per i suoi lettori. C’è quel senso di cultura pop derivata dalla commistione fra generi diversi scritti per utenze differenti – libri, serie, film – tutti volti a creare un riferimento nuovo – che sia un supereroe o un eroe o anche un antieroe, non importa-, che ti fa sentire le atmosfere delle serie tv, io ne ho citata una nell’editoriale di Settembre (Sons of Anarchy) ma ce ne sono molte altre, ma è evidente anche questa voglia di rimanere ancorati ad un mondo che già di suo, con una moltitudine di spazi, vite e modi di vivere differenti, è già tutto questo da secoli, ogni giorno, in ogni luogo di provincia o di confine, naturalmente, senza sovrastrutture o architetture aggiunte. In fondo è per questo che mi piacerebbe che questo libro venisse letto: si può creare innovazione anche rimanendo nella vecchia modalità. Come ci sia riuscito non mi è totalmente chiaro, ma quel che ho visto io ve l’ho scritto magari qualcun altro mi racconterà ciò che mi è sfuggito.

La selezione di quel che vi ho commentato oggi è stata, come al mio solito, il frutto di una scrematura che partiva da dei contrappesi, che in un certo senso vi ho raccontato anche se non così dettagliatamente come nelle altre recensioni scritte. Dovevo scegliere.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Bull Mountain
Brian Panowich
NN Edizioni, ed. 2017
Traduzione a cura di Nescio Nomen
Collana “La stagione”
Prezzo 18,00€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Logo della serie televisiva Criminal
Previous Story

Criminal - La Serie Tv che mette in scena le parole