Più libri più liberi 2019: giorno quattro “Amici di penna e amici di libro”

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Complice il fatto che fosse sabato, chi non era di Roma e chi invece non doveva lavorare, ieri ha trovato il tempo di essere in fiera. Se in passato l’amicizia particolare si riassumeva in “Amici di penna”, oggi puoi definirla di chat, di amicizia (Facebook) o following.
Le mie amicizie nascono spesso da libri in comune. “Villa Tarantola*” è Paola e noi siamo come il libro: una raccolta di racconti, all’apparenza sconclusionata, che vive in luoghi diversi, che non si sente quasi mai ma che, nel momento, in cui si apre può svelarti la bellezza del vita romana commentata dagli antichi palazzi di un tempo che con la loro architettura definiscono le vie, i monumenti e convogliano anche i pensieri come nella realtà fanno con il vento. Insieme possiamo diventare come una giornata al lago di Como e tornare in silenzio come quando chiudi il libro per riporlo. Ma come succede proprio con i libri, la nostra amicizia, è talmente sincera che non serve sentirci tutti i giorni, basta sentirsi o vedersi e in quell’occasione riprendere un discorso che abbiamo interrotto la volta precedente. E di Paola e la rivista che la vede impegnata negli ultimi due anni che si chiama “Tre Racconti” ve ne devo parlare almeno da Firenze Rivista… voi non disperate, ce la farò!

Poi ci sono Federica, Letizia, Daniele, che sarebbero correlati anche a Maria, Francesca e Marina che invece frequentano anche il gruppo di lettura mensile che facciamo a CasaSirio editore, ma che dividiamo solo per ragioni opportunistiche dalla qui scrivente sconclusionata, che invece sono “Shakespeare & Company” (Parigi, inizio ‘900), “C’era una volta la DDR*” (Berlino, quella prima della caduta del muro) e recentemente “Infinite Jest*”, la nostra amicizia è invece come leggiamo e scegliamo questi libri. Per me, che sono una che cerca di avere sempre lo stesso ritmo, e che invece finisce per avere tempi titanici per finire alcuni libri ed è velocissima per gli altri, loro, sono la certezza a cui tendere. Sono metodici, come Sylvia Beach mentre tentava di dare un senso all’Ulisse di Joyce, sono curiosi come la giovane universitaria che si ritrova a scrivere di un mondo intravisto al di là di un muro del quale quest’anno si festeggia il trentennale della caduta, e non si intimoriscono davanti alla mole delle cose da leggere, ma la affrontano con coraggio, come fanno con Wallace, senza mai aggredire ma con una pazienza stoica. Ma sono anche curiosi, pieni di entusiasmo e sempre, ma dico sempre, sorridenti e presenti. Sono come leggono, ci sono sempre anche quando non li vedi, e all’occorrenza si palesano avvolgendoti nel loro affetto e nelle loro letture con osservazioni puntuali e a volte complicatissime.

Ieri ci siamo quindi incontrati, parlati, divisi per andare a seguire le presentazioni che ci interessavano e ritrovati. Tra quelle che ho seguito io c’erano “Il manoscritto” e “Nel profondo” di Fazi e “Il volontario” di Scibona con 66thand2nd. Tra le mie preferite, nonostante il fatto che siano tutti libri validi, ci sono due che hanno lo stesso motivo per essere rimaste nel mio cuore: il relatore. Nelle prima Sandrone Dazieri e nella seconda Giorgio Vasta. Nella prima si parla di un thriller che è un gioco di specchi svolto con un gioco di personaggi correlati affettivamente ma “scorrelati” nella storia che, come accenna Dazieri, alla fine non solo ti regala una chiusura alla storia ma ti instilla anche un dubbio su quel che hai letto all’inizio e che avevi dato per certo. La bellezza di questa presentazione non sta solo nella storia ma nell’intelligenza dell’editore di trovare uno scrittore, come Dazieri, che per lungo tempo è stato anche editor. Il suo sguardo è doppiamente attento al meccanismo complesso che regola la vita di un thriller, genere che per stessa ammissione dell’autore, Franck Thilliez, anche in Francia ha dovuto sgomitare parecchio per essere riconosciuto non più come un “genere minore” rispetto la letteratura altolocata. Anzi per puro dovere di cronaca, perché a me piace collezionare le espressioni, Thilliez ha definito la letteratura che noi chiamiamo “alta” come “bianca” e quella che chiamiamo genere minore “nera”. Una presentazione bella, pulita fatta da due autori che si apprezzano e che collaborano, è stata una ventata di aria fresca perché il lavoro che commentavano è stato spiegato, analizzato e descritto senza soluzione di continuità davanti ad un pubblico attento e curioso. La storia vede una scrittrice affermata che è costretta a ritornare in una casa che ha, ma in cui non vive da anni, perché il marito, con cui non vive più, è stato aggredito e ha perso la memoria. Non ama quel luogo perché anni prima la figlia dei due fu rapita e di lei non si seppe più nulla. Non so altro di più perché poi mi sono persa nella piacevolezza della conversazione e del confronto fra i due scrittori sul modo di guardare alla scrittura e al tema del doppio, il lato chiaro e quello scuro della vita, della scrittura e del testo thrilleristico e un per po’ il libro, seppur commentato, è passato in secondo piano lasciando spazio ad una narrazione diversa e affascinante. “Il manoscritto” di Franck Thilliez è pubblicato da Fazi e oggi pomeriggio me lo vado a comprare, ma il costo già lo so 18,00€

Per “Il volontario” invece il discorso è diverso: il libro l’ho prenotato appena vista passare la rassegna stampa, perché i libri di 66thand2nd non li puoi leggere a rotta di collo. Non si può fare. Sono libri scelti e selezionati perché hanno un mood tutto loro, li apri, ti avvolgono completamente e tu ad un certo punto senti la necessità di tornare al mondo che ti circonda per tirare il fiato. Ed è il caso proprio de “Il volontario” di Salvatore Scibona che inizia con una serie di capitoli che ti inchiodano al libro: c’è un bimbo all’imbarco di un volo. Il bimbo è vestito di tutto punto, ma ha le tasche chiuse da nastro adesivo e dentro le tasche chiuse ci sono dei soldi. Il bimbo piange e, a chi si china per consolarlo e aiutarlo, parla in una lingua che nessuno capisce e lui non sembra capire la lingua degli altri. Buio. In un altro tempo ci sono un uomo e una donna e un bambino. Il bambino è quel bambino che sta all’aeroporto, ma stavolta non piange, perché sa che non deve farlo. È così che Scibona ti prende portandoti indietro in mondi conosciuti perché te li hanno raccontati, come la guerra, la vita militare, i rapporti affettivi o anaffettivi, che si creano fra persone che non si conoscono e che poi invece frequentandosi per dovere o piacere diventano la tua famiglia. E, strano a dirsi, è un tema, che per quanto mi riguarda, è decisamente nuovo anche se poi esiste da sempre ma, in America, molto sentito. Qui, in queste pagine l’ho commentato, non con questa sfumatura così marcata, con LeftOvers. Svaniti nel nulla* di Tom Perrotta.

Per Scibona l’esigenza di scrivere è dettata dal desiderio primario di capire e successivamente di trovare una chiusa a ciò che ha analizzato; la scrittura cambia e diventa lo strumento per sviscerare situazioni in cui è incappato o di cui ha sentito. E nello sviscerare vengono fuori nuovi avvenimenti e nuovi personaggi e diventa anche un modo per immergersi, con l’aiuto della fantasia in vite che tu non vivrai mai. L’apertura di Vasta a questa presentazione è stata come al solito illuminante, a tratti divertente e in ogni caso esaustiva. A volte trovare relatori che abbiano lo stesso mood di chi devono presentare, che non abbiano questa ansia del confronto ma piuttosto questa felice e costruttiva voglia di indagare e approfondire quello che hanno letto, come i comuni lettori che sono lì, è la parte vincente di una presentazione: a quel punto non esiste più un uditorio e dei relatori ma diventa un grande gruppo di lettura. È per questo che queste due presentazioni mi sono piaciute da morire! Il Volontario di Salvatore Scibona è pubblicato da 66thand2nd e costa 20,00€

Libri che dovresti conoscere

Nonostante io ieri sia uscita dalla fiera senza aver comprato nemmeno un libro (orrore!! Ma non ho fatto in tempo…) due libri da segnalarti e che invece dovresti conoscere ci sono e li avevo presi i giorni precedenti.

The Irishman di Charles Brandt Fazi Editore 18,00€, che è uscito nella sua trasposizione filmica su Netflix di recente. Ieri c’è stata la presentazione e ho dovuto fare una scelta tra lui e Scibona che erano praticamente in contemporanea. È la storia di un italo americano che fa “il pittore” che non è quello che dipinge le pareti a vernice, ma che le imbratta con il sangue di chi uccide. Siamo negli anni ’70 in America dove Jimmy Hoffa, potente capo del sindacato trasportatori è l’acerrimo nemico di Robert Kennedy, e, un bel giorno, scompare.
Ora questa storia ha due misteri: il primo è che fine ha fatto Hoffa e l’altro è perché io e Maria abbiamo visto il film a metà e, senza esserci messe d’accordo preventivamente, abbiamo sentito l’esigenza di leggere prima il libro. In parte sarà anche la questione degli effetti speciali, in cui De Niro e Hoffman sono stati “ringiovaniti” ma conservano la postura della loro effettiva età… oppure che la trasposizione filmica manca di qualcosa. Non lo so, lo leggerò e poi ve lo dirò.

No, ma quant’è bella anche la tazza Black Coffee??? (Simona Scravaglieri)

L’altra segnalazione non è un libro, bensì una rivista e si chiama Freeman’s. Ho scritto di recente un pezzo per una collaborazione con un altro blog, in cui dicevo che, se in passato non li avevo mai apprezzati, io da anni ho cominciato ad amare la forma narrativa dei racconti. Ma non mi piacciono tutti ma sono particolarmente attirata dalle forme contemporanee e molto vicine allo stile americano. Ho imparato a leggere in inglese, non in maniera scorrevole ma me la cavo, cercando i segreti che si nascondevano dietro i quilt meravigliosi che vedevo spesso nei film, ho continuato ad esercitarmi quando ho scoperto riviste come McSweenie’s e The Believer. Magari non colgo tutte le sfumature, ma è una grandissima soddisfazione leggerle ogni mese e vedere che cosa si inventa quel matto folle di Eggers. C’è anche un’altra rivista a cui guardo con reverenziale ammirazione ed è Granta e Freeman ne era in passato il direttore e, ad un certo punto, ha sentito l’esigenza di crearne una tutta sua. E per noi, la fortuna è che ci sono altri matti in questa storia, quei due bei tipi di Black Coffee Edizioni, che due anni fa hanno deciso di buttarsi in questa folle avventura di tradurre la rivista di Freeman una volta l’anno. Io, che sui libri mi butto a pesce ma con le riviste italiane sono schizzinosa, ci ho girato attorno quasi due anni e a Firenze ho acquistato l’edizione del 2018-19 e in questi giorni la precedente 2017-2018 ma non mi sono azzardata a prendere la nuova antologia di poesie, perché come ben sa chi mi conosce e non chi mi continua a mandare accorate sillogi io, la poesia non la leggo molto e non mi ci provo nemmeno a cercare di spiegarla agli altri.
Scrivere in versi è un’arte. In questa arte la scelta del vocabolo e della metafora, che io non riesco a cogliere, è tutto e la mia partecipazione, come lettrice, alla creazione della visione del poeta, è pari a quella di un criceto in coma. Non sono portata, non c’è nulla da fare, ci provo ma a parte “Non chiedere la parola” di Montale, le cantiche civili di Hickmet e la Szymborska (che amo e non commento praticamente mai), io davanti alla poesia sono come il bambino che ha perso la barchetta nel tombino dentro il quale il pagliaccio di IT lo sta chiamando. Ecco, io, IT non l’ho mai finito, quindi smettete di mandarmi sillogi e poesie sparse, raggruppate o in altre forme, grazie!
Ma, tornando alla rivista, ve la segnalo per un motivo ben preciso che non sta negli editoriali, che sono però davvero interessanti, ma nella costruzione svolgimento del tema annuale attraverso i racconti inseriti che hanno forme differenti: a volte assomigliano più a resoconti giornalistici in altri invece sono più tradizionali e sono comunque tutti incentrati sull’argomento principale. L’insieme diventa non solo un modo per sviscerare e indagare sui vari aspetti dell’argomento ma di spaziare anche sulle declinazioni che questi argomenti hanno nelle varie culture di provenienza degli autori. Il numero che avevo comprato io aveva come tema “Il potere“, per stessa ammissione di Freeman in una intervista sentita in un podcast, che quando mi ricordo qual è ve lo segnalo, l’esigenza era quella di riportare il focus dell’attenzione pubblica sulla questione non marginale dell’integrazione come forma di sviluppo e non come nemico dell’individuo. In un’era in cui la tendenza conservatrice sembra avere il sopravvento su tutto ciò che è nuovo e diverso, in contrapposizione con il mondo globalizzato che ha contribuito a creare, l’indagine degli scrittori converge non sul pietismo dell’ “accoglienza a tutti i costi” come è d’uso imporre per giustificare determinati movimenti, ma nel creare una visione diversa e composita in cui la creazione del valore e il miglioramento della qualità della vita passano proprio attraverso anche questa forma di contaminazione, necessaria per ampliare gli orizzonti. Ed è straordinario e decisamente inconsueto per una rivista che passa in traduzione italiana e che trovi in librerie piene di libri che spesso ti vogliono far sentire un verme se non capisci. Quindi, quei matti di Sara e Leonardo (i signori Black coffee Edizioni), in fondo, proprio così matti non sono…

E ora vado a vestirmi che mi aspetta l’ennesima giornata di fiera… L’ultima per fortuna mia e anche vostra, che non siete abituati, almeno da me, a tutti questi post! Commentate dove vi fa più comodo, se volete!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La solitudine del lettore fumatore, sulle scale al freddo, ma noi non ci arrendiamo lo stesso! (Simona Scravaglieri)

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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