Harry Quebert
(Swiss Info)

“La verità sul caso Harry Quebert”, Joel Dicker -La verità è che, quell’anno, a Ginevra ha tanto nevicato!

15 mins read

È questa, La verità sul caso Harry Quebert! E non potrebbe essere altrimenti per quest’autore affetto, a mio avviso, da quella che io chiamo la “sindrome scandinava” (o norvegese o anche svedese – insomma di quelle zone!). La “quaglia in amore” che occhieggia dalle varie foto sparse in rete, di cui una – per la vostra felicità- potete rimirare proprio qui sopra, ha questa tremenda malattia che gli rende impossibile anche il pensare di poter fare una sintesi di quello che scrive e, tale malattia, deve essere anche parecchio infettiva perché pare aver contagiato ogni editor, traduttore ed editore entrati in contatto con questo testo!

Come avevo già anticipato nel [Dal libro che sto leggendo] questo libro ha l’enorme difetto di aver ucciso la storia, che avrebbe potuto anche funzionare, trasformando il thriller o giallo in “qualcosa” che assomiglia parecchio, anzi sicuramente, ad un polpettone. Ma perché lo penso? Andiamo per gradi e, leggendo il libro – se non lo avete ancora fatto – e confrontando ciò che vi scrivo, probabilmente mi darete ragione.

La storia per sommi capi

La verità sul caso Harry Quebert ha come protagonista uno scrittore che, nel 1975, vive in una cittadina, Aurora, vicino alla più grande Concorde (questa esistente) capitale del New Hampshire (e se vi sta passando per la mente che sia un asso della geografia, sbagliate! Ho solo fatto una ricerca per capire se ha preso spunto da qualcosa di reale… ma non mi sbilancio!).
Il professore, aspirante autore, ha deciso che qui scriverà il suo capolavoro ma non sa ancora di cosa tratterà. Nel frattempo, si innamora di una ragazzina di 17 anni, Nora, con la quale progetta una fuga in Canada.

La verità sul caso Harry Quebert
(Simona Scravaglieri)

La notte del 30 Agosto -data stabilita per la fuga- una ragazza viene vista fuggire ai margini di una foresta, seguita o inseguita da un uomo di grande stazza, da una anziana che vive in una casa nelle vicinanze. Vengono sparati dei colpi di pistola e, quando tutte le unità della contea arrivano, l’anziana donna è morta, l’uomo e la ragazza sono spariti e c’è un’unica certezza: la diciassettenne ha fatto in tempo a tornare indietro, fino alla casa della donna che aveva lanciato l’allarme e quest’ultima ha fatto in tempo a richiamare la polizia informando l’ufficio competente che si tratta della figlia del reverendo.

Dopo inseguimenti, ricerche incrociate e sul campo, il caso viene archiviato, nel 1975, come irrisolto per poi essere ritirato fuori nel 2008 quando, alcuni giardinieri che stanno facendo lavori di abbellimenti, scavando, trovano uno scheletro sepolto nel giardino dello scrittore che, nel frattempo, ha avuto un grandissimo successo con un romanzo scritto proprio all’epoca di questo caso. Sono i resti di Nora quelli ritrovati e come indizi iniziali ci sono il manoscritto, trovato accanto al corpo, e i brandelli di un vestito rosso – che le era stato visto addosso l’ultima volta.

Razionalizziamo, che qui c’è tanto da dire!

Stabilita quella che è la trama, senza finale e anticipazioni, vediamo cosa c’è che realmente non va in questo scritto andando per punti, altrimenti potreste morire di inedia sperando che il post finisca!

LO STRATAGEMMA

Lo stratagemma per scrivere un tomo senza aver molto da dire è un semplice incastro. La storia che vi ho riportato in sintesi, si incastra con quella che ho trascritto nell’assaggio letterario e viene ripetuta più e più volte. Per non far notare lo stratagemma, la volpe o quaglia che dir si voglia, la ripropone sotto forma di ricordi, riflessioni, raccolta indizi, ricerca prove, interrogatori, richieste di aiuto, altri interrogatori.

La furbata sta proprio in questo: tutti questi racconti sono fatti da Goldman, Quebert, l’investigatore e via dicendo. Ma il cambio di prospettiva e di soggetto che guarda alla storia dovrebbe fornire indizi differenti, vi starete domandando. In effetti è una cosa che mi sono chiesta anche io, ma che qui non trova spazio e si limita a riportare sempre le stesse informazioni. Potrebbe essermi affibbiata l’ennesima frase “E’ una questione di gusti” ma in effetti non è così. Qui non si tratta di gusto ma di poca fantasia dell’autore.

L’AMORE

E veniamo alla parte smielata: Nora e Harry (lo scrittore che si è innamorato di lei e nel cui giardino vengono scoperti i resti della ragazza) sono, o erano, affetti da “amore folle“. Dico “affetti” e non innamorati, perché non è dato sapere nulla sulla “natura” di questo amore. Gli unici indizi sono che lui, a trentaquattro anni suonati, scrive riempiendo pagine come un quindicenne di “NORA” e lei invece si occupa di lui come la copia della brava casalinga americana degli anni ’40.

Anche coloro che vengono a sapere del loro amore dicono che le loro parole testimoniavano questo grande amore, ma non le riportano! Perché? Dopotutto abbiamo letto il “caso” 500 volte, perché non mettere delle distinte su queste “parole” che fanno capire ad un uomo di trentacinque anni (nel ’75) che “lui un amore così non l’ha mai vissuto”?
Ed è lecito pensare che la ragazzina 17enne giocasse alla moglie e che lo scrittore fosse ammaliato dal giovane corpo e nulla più.

L’INSERTO

Come se non bastasse quello che è già uno spreco di carta, tra un capitolo e l’altro, ci sono dei simpatici inserti di mini-capitoli, di massimo dieci righe, per “scrittori in erba” in cui vengono riportati i consigli del grande Harry Quebert al giovane Goldman (lo scrittore che in prima persona riporta le sue personali indagini in questo libro).

Consigli un po’ all’acqua di rose – ce n’è uno che invita a vivere l’amore per poterne scrivere, che fa tanto “non scrivere mai di qualcosa che non conosci”- che, a parte il lecito o no affiancamento alla storia principale, dichiara che, la quaglia, non segue nemmeno i consigli che mette in bocca ai suoi protagonisti visto che non riesce a raccontare la natura dell’amore come si può leggere nel punto precedente! Inserti che, a parer mio, non aggiungono alcunché alla storia se non… altre pagine a vuoto!

GLI INDIZI

In un giallo o thriller che si rispetti ci sono degli indizi, quel giusto premio messo qui e lì per il lettore perché si possa sentire parte dell’indagine. Qui nessun contentino viene dato, anzi l’unico che compare, all’incirca a pagina 500, è così chiaro che, quando l’ispettore e Goldman si interrogano sul suo significato, ti viene da esclamare “Ma allora siete due cretini!”
Gli indizi non servirebbero comunque, anzi ci sono sintomi chiari che l’autore non aveva idea di quello che stava scrivendo e, in particolare, di come avrebbe concluso  la vicenda per almeno 600 pagine!

I PROTAGONISTI

Ohhh e qui viene il bello! La quaglia in amore è così concentrata a riempire le 700 pagine in maniera ripetitiva che non pensa che i personaggi possano fornire un mezzo lecito per riempirne almeno un centinaio attraverso la descrizione non solo del loro aspetto ma soprattutto del loro carattere. A parte il reverendo che alla veneranda età, a occhio e croce, di 70anni che gira con l’Harley Davidson che ha dell’incredibile (!) in tutti gli altri personaggi l’unica qualità in comune è che sono tutti restii nell’aprire i loro pensieri.

Quindi, finita la descrizione esteriore -prima e dopo (nel ’75 e nel 2008)-, non rimane poi molto da dire se non parlare attraverso loro al lettore ripercorrendo la storia di cui sopra! Quindi poche descrizioni, corrispondono anche a personaggi dozzinali e piatti. Anche il famoso scrittore non si distingue dagli altri e, se possibile, appare più inetto per la sua grande ottusità; se fosse morto o sparito il mio innamorato, io, farei il diavolo a quattro per sapere che cosa è successo mentre, il grande scrittore, si limita ad auto compiangersi e a sparire all’occorrenza senza lasciar tracce di sé e questo mi autorizza a pensare che, forse, il primo assassino designato fosse proprio l’inguaribile piagnone!

CHE COSA E’?

Se proprio dobbiamo dare ascolto a chi lo categorizza, possiamo dire che chi lo ha piazzato nella sezione thriller ha fatto un po’ confusione. Non è un thriller, bensì un giallo. Mal costruito, ma un giallo. Avrebbe un colpo di scena che però viene mortificato e sminuito dal fatto di essere “vissuto” in maniera indiretta. Nicchia al thriller ma non lo è. 

Alla fin fine si può dedurre che la “sindrome scandinava” che ha contagiato Dicker, ovvero la quaglia in amore di cui sopra, è arrivata a Ginevra in versione modificata. Quella scandinava-svedese-norvegese fa sì che gli scrittori, che probabilmente stanno tanto in casa causa grandi nevicate, sentano la necessità di descrivere in 20 pagine anche la forma e il colore di una capocchia di spillo e questo si traduce in una produzione di gialli o thriller che da trecento fogli ben scritti si tramutano in una saga-polpettone, come quella Laarson, composta da 3 libri per un totale di circa duemilaquattrocento pagine!

Sindromi complementari ma diverse

In questo caso invece, l’evoluzione di tale sindrome si manifesta nel soffermarsi poco nei particolari, o proprio non inserendoli, ma nel raggiungimento di un numero considerevole di pagine solo con la riproposizione della stessa storia che permette all’autore di non doversi preoccupare dei rapporti personaggi-delitto-storia pregressa e attuale. Tutte le difficoltà del classico giallista o thrillerista si annullano in un sol colpo, perché quello che oggi viene proposto come thriller è costruito come un romanzo – lui e lei, un amore impossibile, una separazione improvvisa – che per avere un po’ di verve, forse perché l’autore non sa descrivere questo amore intenso che lega due persone di generazioni molto diverse, viene integrato con un pizzico di giallo.

Il finale regge, nella misura in cui questo possa ritenersi accettabile come esito di un’indagine seria e approfondita e non ,come in questo caso, in cui ci si incappa per puro caso. Pertanto possiamo dire che la quaglia in amore ha una gran fortuna! Come già detto, bastava prendere la prime 150 pagine e aggiungerci le ultime 70 per ottenere un buon lavoro mentre tutto quel che c’è in mezzo, e che ammazza il lavoro principale, lo rende solo un inutile spreco di carta e nel caso, non lo so e non ve lo auguro, fosse disponibile anche in ebook anche uno spreco di spazio nei vostri lettori digitali.

In sostanza

E’ comunque un lavoro da piazzare nella lunga lista dei dimenticabili. Un libro che coglie l’attimo della moda e con la stessa velocità passerà nel dimenticatoio. Probabilmente, ai detrattori futuri di queste mie riflessioni sul “capolavoro del vuoto pneumatico” in questione, bisognerebbe spiegare che:

  • leggere un mattone non significa leggere per forza qualcosa di qualità;
  • quando si legge qualcosa che si dichiara di un genere, bisognerebbe approfondire la “natura di questo genere” così da evitare di gridare al capolavoro quando invece non lo è;
  • dovremmo gioire del fatto che anche in Francia, dove questo lavoro ha ricevuto consensi e premi, le giurie probabilmente sono alla stregua di quelle di cui tanto ci lamentiamo in Italia e questo è un fattore decisamente consolante!

Insomma un altro libro dimenticabile

Rimane il fatto che, per i motivi sin qui scritti, l’anno in cui Dicker scrisse “La verità sul caso Harry Quebert”, a Ginevra – dove è nato e vive-, nevicò veramente tanto, almeno 500 pagine di troppo!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La verità sul caso Harry Quebert
Joel Dicker
Bompiani Editori, Ed. 2013
Collana “Narratori stranieri”
Prezzo 19,50€

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

6 Comments

  1. A mio avviso, il libro di intrattenimento più emozionante, divertente, adrenalinico e ben scritto dell'anno (e forse anche di più).
    PS : i capolavori hanno finito di scriverli a metà del secolo scorso 🙂

  2. Maddai t'è piaciuto?? Se aspettavi questa recensione te lo regalavo io!!! 😀
    cerco con la morte nel cuore e con la premessa che non dovevi poi odiarmi…:D
    Io cmq l'ho cominciato ad odiare a pagina 200…sallo!
    Bentrovato mio caro,
    Simona

  3. Lo sto leggendo ora. Arrivata più o meno intorno a pagina 150, mi sono resa conto che lo stavo leggendo a grande velocità e che spesso facevo una sorta di lettura veloce. Poi ho cominciato a sbirciare le ultime pagine, perché iniziavo ad annoiarmi, della serie “vabbè mo' fammi vedere chi è stato”. Il culmine è stato nel punto in cui Goldberg si dimentica di fare anche una minima domanda sulla famiglia della vittima e, dopo aver pubblicato un libro sul caso, cade dalle nuvole e dice “oh, mi sono dimenticato di controllare cosa era successo alla madre della vittima” “oh, che sbadato: Nola e la sua famiglia si sono trasferiti dall'Alabama al New Hampshire e mi sono dimenticato di capire perché”. Una lungaggine che è servita ad aggiungere pagine inutili.
    inizio a pensare che sia una specie di sindrome, la sindrome da un-romanzo-non-è-un-romanzo-se-non-batte-la-Bibbia-in-lunghezza….

  4. Ebbene sì mia cara! Almeno per quanto mi compete è la dimostrazione che lo spreco di carta viene spesso riconosciuto come di valore. le ultime 70 sono quelle che dovrebbero essere decisive. Che dire…ti auguro buona fortuna!
    Alla fine tirerai un sospiro di sollievo, non per la risoluzione del caso, ma perché finalmente è finita la sofferenza! 😀
    Simona

  5. :DDDD Io invece me li ricordo bene perché Quebert ci ho messo una vita ad impararlo prima era solo “la verità su Harry Coso” mentre Goldman credo che sia un cognome che mi è capitato 5 o 6 volte nei libri…in più proprio “uomo d'oro” non è… 😀

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