“Stoner”, John Williams – Non bastano 13 pagine…

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Quando si legge un libro, si cerca una storia, delle emozioni o delle informazioni. Ma se queste ci sono e sono riportate in maniera quasi enciclopedica, e senza alcun sentimento, a quel punto ti chiedi perché stai continuando a leggere quel testo. Alla fin fine, io, finisco tutti i libri, belli o brutti che siano perché spero fino all’ultimo che almeno un qualcosa di interessante ci sia. E, in effetti, sì c’è e sono 13 pagine che non vi posso raccontare perché fanno parte dell’epilogo della storia.

Williams e Stoner

In primis, bisogna considerare che sembra in parte una autobiografia. E’ stato scritto nel 1965 (cosa che ai giorni d’oggi dovrebbe essere un’informazione che si mette all’inizio e invece è citata all’ultima pagina, segno che l’editore ci crede talmente tanto nel testo da serbare l’ultima sorpresa in fondo!), quando Williams aveva 45 anni (è nato nel 1922) e lui era professore universitario proprio in Letteratura Inglese.

Si ritirerà nel 1985 dalla carriera universitaria e morirà nel 1994. A differenza del suo personaggio, in gioventù si è anche arruolato ed è stato in India e Birmania. Mentre il suo protagonista, Stoner, diventa studente per apprendere le nuove tecnologie per la coltivazione dei campi (plausibile) e finisce per diventare professore (per caso), sposarsi con una donna che lo usa quasi dal primo momento. Tutto quello che avverrà nella sua vita, non è affatto cercato ma molto spesso subito.

Quando le informazioni accessorie tentano di far diventare capolavoro ciò che forse non lo è

Il fatto che sia stato scritto nel 1965, da una parte ti porta a considerare con altri occhi questo libro. Ma per la stessa considerazione, fa anche pensare che questo lavoro non sia stato scritto e concepito in maniera “eterna”, dopotutto se così fosse, il fatto che è un lavoro della metà del ‘900 non dovrebbe essere una informazione necessaria.

Nemmeno il fatto che piaccia ai “critici”, che nel tempo lo hanno definito un “capolavoro” che è sinonimo di “eternità”, lo rende migliore. Appare invece come un esercizio di stile, ben riuscito a detta di qualcuno, all’interno del quale una storia si svolge quasi senza motivazioni e quasi a sottolineare che quando nella vita ci si pone la domanda del “perché siamo qui?” non avremo alcuna risposta da darci.

Apatia solitaria

La vita per Stoner è una cosa che si subisce quasi supinamente. Ti toglie le gioie e la voglia di scoprire (ammesso che lui abbia avuto mai tali pulsioni). Vita che stronca sul nascere qualsiasi curiosità e che impone delle convenienze che lui deve accettare. Stoner sceglie di vivere una vita ai margini, confinandosi ai bordi di quella strada che rappresenta lo scorrere del tempo: “non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido” .

Non ha la forza di difendere le proprie idee, i propri sentimenti e nemmeno i propri desideri. Di rimando, tutto il mondo che con lui entra in contatto, e “contatto” è l’unico termine adeguato perché in 300 pagine c’è solo un personaggio che buca questa corazza, lo fa come se passasse per caso e trova in lui forse solo uno strumento da usare.

Il vuoto, l’oppressione e il male: Herling sapeva rendere vivido anche l’oscuro

Questa mancanza di contatti fisici, amorosi o amicali crea, unitamente a questo mondo che sembra punire gli ultimi, quello scenario oscuro, opprimente, pesante che piace tanto ai critici, perché fa tanto letteratura “altolocata”.

Invece paragonandolo ad un autore dello stesso periodo, ma europeo, Gustaw Herling (1919-2000) questa modalità di scrittura appare povera e anche un pochino insensata. Non ho scelto “uno a caso”. Ho scelto volutamente un autore che per tutta la sua vita ha deciso di trattare un tema volutamente oscuro, il “male”, raccontandolo in tutte le sue forme in un libro “Diario scritto in una notte” (che consta di 6 volumi, di riflessioni e racconti ed è pubblicato nella sua totalità solo in Polonia, paese di origine dello scrittore, mentre nel resto del mondo sono state pubblicate raccolte dei racconti che lo compongono). Lo racconta in maniera certamente più vivida e sentita e descrivendolo attraverso le vite dei personaggi che popolano la sua mente e nascono dalle sue esperienze.

Il ruolo del letterato

Herling definiva il ruolo del letterato dicendo che“Un tempo gli intellettuali venivano ascoltati e considerati proprio perché avevano qualcosa di importante da dire per tutti noi” . Mentre Williams a quanto pare non ha nulla da comunicare e, sebbene quello che si potrebbe prendere come messaggio è “vivrai una vita che continuerà a punirti”, quello di Herling pare essere invece una riflessione su come evitare che “il male d’essere si impossessi di noi”. Quest’ultimo viene nel suo tempo definito come “lo scrittore del male”, mentre il lavoro di Williams è riconosciuto come “un capolavoro”.

Quando sembra che lo scrittore non abbia nulla da dirti: storia di accenni mai caratterizzati

Quindi, per me, manca l’anima in questo libro. La storia scorre in maniera quasi automatica. I personaggi non hanno alcun tipo di affetto profondo bensì sembrano provare quasi per dovere o apparenza e sono troppo occupati nelle loro attività per generare un qualsiasi confronto. E questa mancanza di anima si traduce in una trama delineata da una linea piatta, come un elettrocardiogramma in cui, la fibrillazione, non è data dal sottolineare un cambiamento, ma solo da qualche rada discussione messa qui e là.

I sussurri

Qui si ha solo un trionfo di “sussurri”, “mormorii”, “labbra morse per non dire” e “pensieri non espressi”. Solo qualche rada discussione porta il tono di voce alla normalità e, in uno solo, è in modalità quasi urlata. “Appiattimento di toni”, che qualifica la piattezza dei sentimenti. Stupisce che Stoner, anche se proveniente dalla campagna, ma già da tempo cittadino e laureato “caschi dalle nuvole” perché il suo collega di dottorato gli comunica che, visto che c’è la guerra, si arruolerà.

La guerra

Stupisce ancor di più che vada a parlare con il suo professore quasi a chiedergli “cosa deve fare”. E non è l’unica situazione “anomala che viene descritta”. Il giovane Stoner infatti non sa, non sente. Vive per forza di inerzia, inerzia che rimane in tutte quelle che sono le esperienze precedenti e successive a questa. Persino la decisione di cambiare facoltà nata quasi per caso e che dovrebbe essere sinonimo di “vivida e fremente curiosità e partecipazione” si traduce in un noioso passaggio che è meglio, anche per l’autore, non approfondire quasi per nulla.

L’amore, la letteratura e i luoghi

“Il momento” in cui si parla dell’ “attimo in cui visualizza(?) o si innamora (?) – non è ben dato capire – attraverso la poesia della letteratura” si perde letteralmente perché non esplicato ma quasi solo accennato in mezza paginetta. Mancanza di caratterizzazione che continua nei personaggi, nei luoghi, nelle situazioni. Quindi qualsiasi fatto principale o secondario che non viene descritto ma rimane solo “citato”, come se stancamente l’autore si limitasse a leggere una lista della spesa composta di momenti e persone. Nulla in più nulla in meno.

A sproposito

C’è solo una situazione dove aggiunge, a mio avviso a sproposito, qualche informazione in più:

“Erano giunti senza peccato al matrimonio, ma in modi profondamente diversi. Erano entrambi illibati e consapevoli della loro inesperienza. Ma mentre William [appunto mio: notato la coincidenza?!], essendo cresciuto in una fattoria, era abituato ai naturali processi della vita, per Edith tutto era profondamente misterioso e inatteso. Non sapeva nulla di certe cose e c’era qualcosa di lei che pregava di restare all’oscuro.”

Stoner, John Williams – Fazi Editore

Aggiunta a sproposito perché, a parte Bukowsky e qualche altro, il periodo che parte dopo la seconda guerra mondiale non è ancora il “momento per attestare certe cose”, anche se l’autore conta sul fatto che, chi parla, è esterno alla storia e, questa, non è raccontata in prima persona.

Ma se la storia è narrata partendo dal concetto che il lettore deve “dedurre” molte situazioni e scelte, quasi a sottolineare che sia stato scritto nel mentre la vita di Stoner scorre – in netta contrapposizione con il suo inizio in cui attesta quasi che è una storia postuma-, in questo unico caso il protagonista e la moglie hanno una minima descrizione in più. Per il resto i personaggi come le situazioni, come detto, rimangono solo citati, quasi ad amplificare questo senso della nullità.

Un buon esercizio di stile ma non un capolavoro

Quindi sommariamente si può dire che rimane un esercizio di stile, che è tanto piaciuto alle mie amiche del salotto letterario che mi ha ospitata in questa esperienza di lettura. Loro lo paragonano a Hopper artista americano che descrive la solitudine, cosa che io trovo errata, perché in questo testo non v’è alcuna ricerca di un modo di comunicare con il proprio lettore. Io lo paragono ad “American Gotich” per la sua staticità austera e malcelata richiesta di non partecipazione e non affezione alla storia stessa.

Pertanto per il mio modo di vedere questo “racconto lungo” non ha ne motivazioni e né tanto meno “anima”. Non riesce a gestire la storia che ha in mano, ma rimane solo lo scorrere delle parole che vorrebbero ampliare la descrizione fatta nella prima pagina, ma che riescono ad essere solo una maccheronica compilazione di pagine che lascia il lettore senza quel viscerale bisogno di sapere come va a finire, se non per poter passare al libro successivo.

Dimenticabile senza remore

E per questo motivo si classifica nei miei “dimenticabili” nonostante sia pubblicato da Fazi, che è una Casa Editrice che nel tempo ha pubblicato molti titoli interessanti. Se, come sostiene Beraldinelli in “Non incoraggiate il romanzo” i critici si dividono fra coloro che prediligono la forma rispetto al contenuto e gli altri viceversa, io appartengo, nel corrispettivo mondo dei lettori, a quelli che non si accontentano di una storia vuota, ma scritta bene, ma che pretendono che l’autore si faccia ricordare insieme alla sua storia perché l’ha amata in prima persona e con la stessa passione l’ha scritta facendo permeare dal suo scritto quanto essa sia stata sentita e non subita.

Un libro senz’anima si dimentica presto confondendosi fra le pagine dei libri successivi, che magari hanno qualcosa di urgente da dire. Cosa che, in questo caso, non pare essere successo. E nonostante, le 13 pagine scritte con sentimento, che denunciano quel che sarebbe potuto essere un bel libro se la storia l’avesse realmente sentita, proprio per le motivazioni sopra citate, questo libro, prende una stella su cinque anche considerando il periodo storico in cui è stato elaborato. Un qualcosa di simile a “Meno di zero” di Easton Ellis che, come l’autore in questione, scrive una storia per una tesi e se la ritrova pubblicata.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Stoner
John Williams
Fazi Editore, ed 2012
Collana “Le strade”
Prezzo 17, 50€

2 Comments

  1. perfettamente d'accordo. attendevo la svolta, la ribellione, la catarsi che avrebbe potuto farmi accettare pagine e pagine di personaggi che non comunicano o addirittura non hanno nulla da comunicare. ma di questo libro mi ricorderò: per la delusione che mi ha suscitato, anzi, l'irritazione.

  2. Grazie 🙂 E' cosa rara trovare persone che siano concordi in pubblico, perché riguardo Williams c'è una forma di protezione ingiustificata e poco favorevole al dialogo.
    Buona giornata e buone letture,
    Simona

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