L’amante è uno dei libri più potenti del ‘900. Uno di quei libri che rompeva le regole delle convenzioni sulle donne. Una donna che parlava di un passato da giovane amante con una franchezza e con una potenza talmente chiara da far diventare questo testo, e il film che ne è stato tratto, come di nicchia. Si potrebbe discutere della giovane età dell’amante in questione e dell’età dell’uomo che la prende come sua concubina, ma non è in quello che eccelle Marguerite.
Il desiderio e l’apatia di non lasciarsi andare
Eccelle nel ricreare ” il desiderio e l’apatia” in una coppia qualsivoglia. Il desiderio di chi riconosce per primo l’affinità e l’apatia di chi, nella coppia, ha paura a lasciarsi andare. Lo fa non solo con le immagini che evoca ma anche con uno stile di scrittura diretto, ritmato composto di brevi frasi che cadono come gocce sullo stesso punto a scavare nel suo lettore uno spazio che nel passare del tempo rimarrà là. Non importa cosa farai, sarai o quello che leggerai nella tua vita.
Che tu possa dimenticare ciò che è scritto oppure no. Ascoltando o leggendo anche un appunto come quello di oggi riconoscerai lo stile di Marguerite in questo specifico libro. Sta in questo la potenza de “L’amante”. Un film altrettanto diretto, ma che ha il testo adattato della stessa autrice ma che manca di alcuni sguardi laterali che nel libro sono parte integrante della tridimensionalità dei personaggi.
Buone letture, Simona Scravaglieri
Mai buongiorno e buonasera, buon anno. Mai grazie. Mai una parola, mai il bisogno di dire una parola. Muti, lontani. Una famiglia di sasso, pietrificata, chiusa in uno spessore inaccessibile. Tentiamo ogni giorno di ucciderci, di uccidere. Non parliamo tra di noi, non ci guardiamo neppure. Dal momento che siamo visti, non possiamo guardare. Guardare significa avere curiosità verso, nei riguardi di, significa abbassarsi. È sempre disonorevole, non c’è nessuno che valga uno sguardo. Ogni conversazione è bandita, questo sopratutto rivela la nostra vergogna e il nostro orgoglio, odiamo ogni comunanza, familiare o di altro tipo, la consideriamo degradante. Ci unisce la vergogna essenziale di dover vivere la vita, vergogna dovuta alla parte più profonda della nostra storia, all’essere tutti e tre figli di quell’onesta creatura che la società ha assassinato. Facciamo parte della società che ha ridotto mia madre alla disperazione. Per quel che è stato fatto a lei, così dolce, così fiduciosa, odiamo la vita e ci odiamo.