[Dal libro che sto leggendo] Rosemary’s baby

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Ecco, se m’avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere “Rosemary’s baby”, con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l’avevano: Ira Levin, l’autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un’altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.
Quello che, la qui presente “fifona”- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l’horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c’è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l’ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L’appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C’è un’aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all’inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un’altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l’ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l’ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l’ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono.
«Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio.
«Non potremmo disdirlo?», gli chiese.
«Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono.
«Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata.
«Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel… casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia…»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!

Questo pezzo è tratto da:

Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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