[Dal libro che sto leggendo] L’occupazione

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Oggi parliamo di un libro che mi sta piacendo molto e anche, forse, del primo libro “lungo” di Gorilla Sapiens. Questo perché Sesto, questa volta, ha puntato sul fattore sorpresa doppio: oltre a scrivere un romanzo, invece di una serie di racconti, ha scritto un Romanzo e anche lungo 300 pagine! Non riesco a capire che autore in particolare mi ricordi ma, se siete amanti delle serie, non tanto dal punto di vista di tendenza o di battute simpatiche da ripetere all’infinito per farvi quattro risate, quanto come scrutatori dei meccanismi, della sottile impronta sociologica che c’è in queste prime tre pagine del libro, io sono certa che finito dei leggere vi fionderete in libreria o in uno store online per leggerlo.

Ora, caro lettore,  se tu non sei un abituè di questa casa editrice e di Sesto devi sapere due cose, un po’ come avviene anche per altre case editrici o autori. La prima è che l’arte di scrivere è un mestiere complesso e complicato, non tanto dall’azione dello scrivere di per sé, ma proprio dalla possibilità e dall’opportunità di ricreare sentimenti, emozioni e immagini attraverso una sequenza di parole e dal tono di lettura che questa sequenza istiga nel lettore stesso. Tali forme d’arte non esistono solo in virtù dio toni drammatici e di autofustigazione. Perché, perdonami, caro lettore, a far “drammaticamente” piangere, rabbrividire e dispiacere il lettore – a volte anche a farlo morire di noia- son capaci quasi tutti al giorno d’oggi. Diversa è la situazione quando si vuol far riflettere, sentire emozioni, amare e anche piangere ma con un tono diverso, a volte divertito a volte decisamente un po’ nerd, ecco, qui, non sono capaci tutti, anzi sono in pochissimi.

Sesto è uno di quelli e se dopo aver riso dei suoi paradossi o delle sue osservazioni, e questa è la seconda che devi sapere, ti fermerai a guardare al libro in generale, ti accorgerai che il quadro che restituisce questo libro, racconta anche di te, della tua vita e anche di quello che dici, guardi in tv e scrivi, magari nei social. Riguarda te e anche me, riguarda un po’ tutti. Non giudica ma ti permette di osservarti da un punto di vista insolito e di guardare anche al contesto che io e te viviamo, che seppur a volte grigio e avvizzito dall’abitudine che logora gli animi, è decisamente più interessante di quanto ci sembra. Ci migliorerà? Non lo so, ma sicuramente sarà una bella lettura.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.

Secondo Andrea, la migliore serie televisiva americana di quell’anno era stata Roger. Roger era un prestigiatore nano di New York che aveva fondato un culto in Messico. Inizialmente si trattava di una religione per pochi derelitti analfabeti che credevano ai suoi artifici e si facevano impressionare dal suo buon senso, poi diventava un cartello della droga, di cui però facevano largo uso anche gli adepti, e quindi forse era più una cooperativa della droga che un cartello, e infine si estendeva agli Stati Uniti, sia come operazione religiosa che criminale. Roger area motivato da noia, curiosità e volontà di sfida, o magari, si poteva dire, era solo trascinato dagli eventi. Si asteneva dal sesso e conduceva una vita spartana occupata da questioni di strategia e comando. Parlando al suo cane, diceva che per lui l’unico momenti di piacere della giornata era quando la sera sul terrazzo beveva un bicchiere di porto e fumava una sigaretta, e anche in quel momento a metà sigaretta si era già scocciato. Sulle attività illecite del culto indagavano un poliziotto alto e bruno, un tipo concreto, e una giornalista bionda e idealista, che era stata sua moglie e con la quale condivideva una figlia di quindici anni, biondissima e idealistissima, per così dire, che nella seconda stagione diventava membro della setta e confidente del nano, spodestando il cane. Alla fine di questa seconda stagione Roger, insidiato da polizia, seguaci frondisti e delinquenti rivali, si era salvato all’ultimo momento così tante volte e giocandosi le ultime carte da rendere grottesca l’idea di una prosecuzione della storia. La scampava ancora, invece, convertendo alla religione una figura chiave del governo messicano, grazie all’apparizione di un gigantesco orango. A questo punto prendeva corpo l’ipotesi che Rogers fosse realmente Ek Chuaj, la divinità Maya protettrice dei commercianti e del cacao che affermava di essere, o almeno che avesse dei poteri paranormali, o delle capacità ipnotiche tali che, se non paranormali erano comunque senza simili nella realtà. Insomma la cosa sembrava virare verso la stronzata, ma poi alla terza stagione emergeva che l’alto ufficiale messicano soffriva di allucinazioni e aveva creduto di vedere oranghi dorati messianici in precedenza, quindi si era trattato solo di sfruttare con fine psicologia questa debolezza. Intanto però la palette di colori della fotografia, che inizialmente era composta da giallo, marrone e azzurro del deserto e del cielo, con la nettezza naturale di questi colori in quell’ambiente, era mutata,  prendendo i rossi cupi e gli ori del bunker-santuario di Roger, sfumati e ondeggianti come nella visione dei suoi accoliti drogati. Comparvero oranghi in posti in cui non dovevano comparire, probabilmente erano trucchi p magie, ma potevano essere allucinazioni del nano, anche se sembravano più che altro allucinazioni degli sceneggiatori.

Questo pezzo è tratto da:

L’occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana “Scarto”
Prezzo 17,00€ 

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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