Lo straordinario libro di Piero citati sui Fitgerald

Dal libro che sto leggendo: La morte della farfalla. Zelda e Francis Scott Fitzgerald

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Ho ricominciato a leggere, uscendo dal blocco del lettore, grazie anche a Sesto e alla sua “L’occupazione”, non lo nascondo. Però, mentre tornavo da BookPride, mi sono fatta sedurre e distrarre da questo libricino di Pietro Citati sui Fitzgerald e, come al mio solito, l’ho aperto solo per vedere come iniziava. Chiaramente ho anche finito per vedere come finiva. È davvero piccolo ma molto intenso e decisamente sentito.

È la biografia della sfarzosa e dannata vita di Zelda e Scott, tra libri e danza, tra amore, invidia e follia. C’è tutto, ma il punto viene messo solo dove davvero serve, proprio per rendere al massimo la caratterizzazione dei protagonisti. È un resoconto fatto di alti e bassi, proprio come la vita che hanno vissuto questi due artisti e che fa venir voglia di tornare ai loro scritti e immergersi nuovamente nella loro lettura con una consapevolezza diversa.

Un libro non solo interessante per ciò che racconta dei Fitzgerald ma per come lo fa

È piccino, lo ripeto, ma vale veramente la lettura proprio per il modo in cui Citati ha trattato il loro mondo, i loro gesti, il loro amore. E la parte più bella riguarda in modo particolare la scelta degli accenti su cui puntare l’attenzione del lettore che la rendono una biografia particolareggiata ma leggera che lascia il sapore di aver, anche se in minima parte, conosciuto sia Zelda che Scott nella loro intimità. È stata una lettura davvero interessante! Ve ne lascio un assaggio augurandovi buone letture!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Quando nel 1936 Francis Scott Fitzgerald pubblicò L’incrinatura (The Crack-Up), i suoi amici-nemici, e i suoi nemici si indignarono profondissimamente. Sopratutto, s’indignò il più abietto tra loro: Ernest Hemingway, che non era ancora precipitato in un abisso molto più atroce. Quasi tutti scrissero la stessa cosa. Non era possibile parlare di sé come, a quarant’anni, aveva fatto Fitzgerald: violare fino a quel punto il comune sentimento delle decenza, rivelando al pubblico i disastri e i dolori della propria vita. Ma la letteratura non ha molto a che fare con la decenza e il decoro. Né Poe e né Baudelaire né Verlaine rispettarono le leggi della decenza. Conobbero il fuoco e il fango dell’inferno:ma lo trasformarono in oro – dice l’Epilogo delle Fleurs du mal. Senza dubbi, incertezze o timori, compirono sino alla fine il proprio dovere «come perfetti alchimisti e anime sante».
L’intera vita di Fitzgerald era stata un’incrinatura. Fin dall’infanzia, aveva incontrato una serie continua di fallimenti: mancanze, perdite, delusioni amorose, rinunce, abbandoni, insuccessi, umiliazioni ferite sanguinosissime; o almeno presentimenti di perdite e di ferite. Sebbene a noi questi fallimenti talvolta sembrino minimi, per lui erano egualmente irrimediabili e senza speranza. Era stato cacciato via, lasciato ai margini, escluso «dal grande, risplendente flusso della vita». Da bambino, aveva sognato di non essere figlio di suo padre, ma un orfano di sangue reale: da ragazzo era stato detestato dai suoi compagni, divenendo una specie  di capro espiatorio: all’università, non era mai riuscito a conquistare un ruolo di primo piano nei club studenteschi: non era partito per la guerra, morendo come un eroe; e persino  quando aveva sposato Zelda, diventando uno scrittore di grande successo, vide nel trionfo l’ombra delle future catastrofi. Per tutta la vita, immaginò sempre di essere soltanto un piccolo grigio personaggio dell’Éducation sentimentale di Flaubert, il libro più amato di Kafka.
Tutto era perduto. Fitzgerald era sempre colpevole delle cose che, senza colpa, aveva mancato, e delle luci che si spostavano da un luogo all’altro del mondo. «Non puoi  avere niente, non puoi avere assolutamente niente» diceva Anthony Patch in belli e dannati. «È come un raggio di sole che guizza  qua e là in una stanza. Si ferma e indora qualche oggetto insignificante, e noi poveri idioti cerchiamo di afferrarlo – ma quando lo afferriamo, il raggio di sole si sposta sopra qualcos’altro: e t hai la parte irrilevante, ma il luccichio che te l’ha fatta desiderare se n’è andato… ». Niente è più doloroso di questo raggio che si sposta, e delle ferite che ci procuriamo inseguendolo. Chi scrive poesie e racconti cerca luci che si spostano, gli sfavillii, i riflessi: mentre ascolta con attenzione sempre maggiore un suono sullo sfondo, la grande o minima musica tragica delle cose perdute. Se la coltiviamo intensamente, la letteratura ci da questo privilegio: «Le cose perdute diventano sempre più dolci». Via via che smarriamo, manchiamo, rinunciamo, siamo sconfitti, troviamo intorno a noi, come un regalo o un tesoro che appartiene soltanto a noi, una dolcezza sempre più profonda che invade le nostre anime. 


Questo pezzo è tratto da:

La morte della farfalla Zelda e Francis Scott Fitzgerald
Pietro Citati
Adelphi Edizioni, ed. 2016
Collana “Gli Adelphi”
Prezzo 10,00€

0 Comments

  1. Buongiorno, oddio sono un po' in ritardo, ti volevo ringraziare per i complimenti. In effetti non so mai come rispondere ai complimenti, ma sono felice che ti piaccia e spero davvero che, tra queste segnalazioni tu possa trovare qualcosa che fa per te! 🙂
    Simona

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