“Tempo di uccidere”, Ennio Flaiano – Forse non lo voleva lasciar tornare a casa…

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Questa è una storia nella storia, non è solo un racconto, ma lo specchio di un mondo di cui non si è mai molto parlato, ovvero quello della conquista colonialista d’Africa, raccontata alla fine degli anni ’40 da un uomo dall’aspetto compunto e riservato che nasconde non solo una grande ironia ma anche uno sguardo felicemente indagatore dell’animo umano e che diviene il primo Strega della storia di questo premio. Andiamo per gradi.  Immaginate un parco, è tutto in bianco e nero come in quei film di una volta, c’è una lieve foschia e due figure svettano sul fondo. Sono Flaiano e Longanesi. Longanesi ha un desiderio, quello che Flaiano scriva per lui un romanzo e quest’ultimo, grande amico del grande editore, alfine cede e anticipa che un personaggio di cui parlare c’è e anche il tema. Magari la foschia non c’era e c’erano i colori, ma si narra che “Tempo di uccidere” sia nato proprio così da una richiesta di Longanesi. Ma non c’era né titolo e né trama, solo il personaggio. Flaiano aveva già scritto di questo tenente, due storie per la precisione, ma non aveva ancora finito con lui. È un po’ come un ospite fisso in casa che non se ne vuole andare, come un fantasma inglese, che non avrà pace finché non avrà ragione della propria esistenza sfortunata. Così, proprio partendo da quei due racconti, Flaiano comincia ad intessere la trama di questo lavoro facendosi trascinare dagli indizi che aveva già messo in campo nei due racconti che poi diventeranno parte integrante del romanzo stesso (vado a memoria perché l’ho letto circa un anno fa, e non l’ho dietro), e dovrebbero essere il primo e il terzo capitolo.  

Andiamo alla storia, siamo nell’era espansionistica italiana, anzi per la precisione alla fine. Armate di uomini di leva o precettati sono stati spediti in Africa, non solo a conquistare, ma anche a preparare le strade per portare quella “civilitas” che deve rappresentare la potenza dello stato italiano. Vengono costruite le strade e vengono coinvolti gli indigeni, considerati inferiori, nelle attività pratiche. Ma nulla toglie che gli uomini coinvolti in questa guerra che non hanno voluto, e tantomeno cercato, patiscano la nostalgia di casa e una profonda indolenza per questi luoghi tanto lontani e diversi da quelli dove sono nati. In più le condizioni di vita sono avverse, il caldo, la carenza d’acqua e le malattie, che nell’Europa del periodo sembrano essere quasi state dimenticate, fiaccano non solo i fisici, ma anche la coscienza di uomini che in altre condizioni sarebbero potuti essere migliori.
In questo quadro, ad un tenente per un banale mal di denti, viene concessa una licenza di tre giorni per arrivare alla città più vicina e trovare un dentista. Il viaggio comincia già male, quando il camion buca e si ribalta, il compagno di viaggio e autista fa quel che ci si aspetterebbe che facesse, aspetta il successivo camion che prima o poi passerà il nostro tenente, invece, decide di proseguire a piedi.
Si fa indicare la strada e comincia il suo viaggio non solo fisico ma anche interiore. Stacchiamo saltando più in là, un laghetto, una donna di colore che si lava ha un copricapo bianco, la conoscenza, il ritrarsi, la violenza il sangue, la morte è una carambola di momenti che decretano lo stile successivo del racconto, che cessa di essere ritratto storico e diventa viaggio intimistico che divide l’uomo in due, quello che vorrebbe essere a casa, lontano da tanta desolazione e che è responsabile del suo mutamento e delle sue azioni, e contestualmente l’uomo che sa di quale abietta azione è stato capace e inconsciamente si è già giudicato e condannato da solo. La vicenda pertanto diventa un crescendo fra realtà e fantasia condannatrice che rende il tenente al contempo un codardo e un eroe al contrario, quel che nasce dall’abiezione e che combatte contro tutti per la propria salvezza.

(Simona Scravaglieri)

Bisogna aggiungere una cosa a questa recensione per onor di completezza. Flaiano riceve il premio, ma non ne è contento. Ma non è il premio a renderlo insoddisfatto, bensì il romanzo. E leggendo questo libro si capisce il perché della sua insoddisfazione e anche perché il premio gli fosse comunque dovuto. Per quanto attiene l’insoddisfazione, si individua nel cambio di registro all’interno della trama. Ad un certo punto, è come se Flaiano fosse stato costretto a trovare una chiusa a questa situazione che cresce nella sua liricità quasi perfetta e raggiunge il suo culmine nel voluto autoesilio del tenente sull’altipiano. Da quel momento le situazioni cambiano tono, carambolano velocemente verso la fine, senza però la stessa decisa costruzione che fin lì aveva rappresentato la trama. Il premio era più che guadagnato, visto che il romanzo rappresentava una punta d’orgoglio per la letteratura italiana. Pochi avevano rappresentato in maniera quantomai realistica la nevrastenia generata dalla paura e l’introspezione di un animo sconvolto dalle proprie azioni che è si è già autocondannato prima di dover rispondere ad altri delle proprie azioni. Ed è proprio in questo che Flaiano si colloca nel periodo in cui questo romanzo fu scritto in maniera perfetta come fosse un novello Hemingway che scrive “Il vecchio e il mare” (che è di poco successivo perché la prima edizione è del 1952). Non serve un antagonista parlante, perché l’uomo e quindi il protagonista di queste storie diviene antagonista di se stesso, ne “Il vecchio e il mare” è un modo per prendere coscienza della propria vita e della sua prossima fine e in questo caso è la profonda autoanalisi, quasi senza appello, di se stessi rapportata ad un vecchio che solo con la sua presenza ricorda l’abiezione in cui si è caduti.

Un libro da leggere per conoscere un’epoca e un mondo che nasceva sotto altri principi e presupposti. La seconda guerra mondiale era finita, e la gente voleva finalmente pace e serenità, al contempo aveva bisogno di riscoprirsi e cercava nella letteratura il giusto realismo che permettesse di comprendersi attraverso le storie di altri. Al contempo però è un libro scritto in una maniera estremamente moderna e  mai ritorta su se stessa. A Flaiano quasi sembra non interessare il lettore e pare estremamente divertito e impegnato a seguire le vicende del suo personaggio che continuano ad arricchirsi di nuove situazioni man man che si percorre il crescendo del libro, ed è forse per questo suo approccio alla scrittura che, almeno per me, leggere questo libro è stato più facile che affrontare il capolavoro di Hemingway.  Questo libro è anche lo spunto per ripartire dalle radici del Premio Strega, oggi oggetto molto spesso di critiche per le sue scelte, a volte bislacche, dei testi da premiare. È vero, è cambiato il secolo, sono cambiate le persone, i gusti e le necessità ma, è anche vero, che tale onoreficienza dovrebbe estraniarsi dalle esigenze di mercato e dalle scelte di scuderia editoriale e dovrebbe rivolgersi alla sola qualità dei testi.  Ritornare indietro è quindi un modo per rinascere e reinventarsi. Pertanto, con un po’ di pazienza, per lasciarmi ritrovare tutti i testi, mano a mano inserirò le recensioni dei libri che hanno fatto la storia di questo premio.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

P.s. vi consiglio di cercare fra i libri usati o di seconda mano proprio questa edizione per l’ottima introduzione che è stata fatta e firmata da Anna Longoni

Tempo di uccidere
Ennio Flaiano
Rizzoli editore, II ed 2006
Collana “BUR- Biblioteca Universale Rizzoli”
Prezzo 7,80€ (lo trovate a Libraccio a 3,90€)

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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