[Dal libro che sto leggendo] Tredici (Thirteen Reasons Why)

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Abbiamo parlato di questo libro giusto venerdì (“Tredici”, Jay Asher – Si poteva far di meglio…) e ci ho scritto su un sacco di cose, più di quanto mi aspettavo che ne venissero fuori. E, a distanza di un lungo fine settimana con l’aggiunta di un altro bel libro letto, posso dire di pensarla ancora così. Libro che, nato come un thriller diventa uno YA, cui viene data l’importanza di “aver trattato temi importanti per l’adolescenza, come i problemi dell’adolescenza nell’ambito scolastico”, che però, proprio perché è nato per altro, centra l’obiettivo solo in parte.

Ma, avendo visto che la serie TV che ne è stata tratta, posso dire che nel confronto “scrittore batte sceneggiatori” 10 a 1. Le varie puntate infatti sono confusionarie, tirano fuori situazioni che il libro non contempla e inseriscono tutta una serie di fattori che l’autore aveva volutamente trascurato per una scelta che, una volta spiegata, è sicuramente più condivisibile rispetto alle motivazioni dei produttori televisivi.

Per chi non conoscesse né serie e tanto mento il libro. Clay tornando da scuola trova in veranda un pacco che contiene sette cassette numerate. Una volta trovato un mangianastri, premuto play, gli si gela il sangue. La voce che sente uscire dall’altoparlante è quella di Hannah compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. Hannah, chiarisce da subito una cosa: le cassette contengono le tredici ragioni del suo gesto. Se sei nella lista hai ricevuto le cassette, le devi ascoltare tutte per scoprire il tuo peccato e quando avrai finito dovrai passarlo a quello che è il protagonista della storia dopo la tua. Se non lo farai, verrà resa pubblica la storia attraverso le cassette che sono state date ad una persona esterna alla lista stessa. A Clay non rimane che continuare ad ascoltare.

In fondo i dati del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?» 
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo. 
La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr’ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker. 
«Quant’è?» 
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche un po’ di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei. 
«Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto» osserva. «Manca un dollaro.» 
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi. 
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera. 
«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle. 
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace. 
Anche se non se lo merita. 
Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima di lei, se lo ritroverà magari sul letto. E sarà tutta emozionata. È successo pure a me. 
Un pacco senza mittente? Si sono dimenticati o l’hanno fatto apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta? 
«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no. 
Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglietto lungo i dentini di plastica e lo butta in un cestino.
C’è un unico ufficio postale in città. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo? L’avranno infilata in fondo al cassetto della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero? 
Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo. 
Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più. Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela. 
Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta. 
Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi. Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare. 
Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dritto in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. Attraversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadietti su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora. 
Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la cattedra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mittente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker. 
Vuoto.

Ieri
Un’ora dopo la scuola

Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tutto quello che è più spesso di una saponetta viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa. 
Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il cassetto delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama attorno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fatto di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo sette audiocassette sfuse. 
Ogni cassetta ha un numero blu in alto a sinistra, scritto forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero. 
Uno e due sulla prima cassetta, tre e quattro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scritto su un lato e niente sull’altro. 
A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di cassette? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri. 
In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato. 
Trascino uno sgabello davanti al tavolo, butto lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima cassetta.


Questo pezzo è tratto da:

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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