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[Dal libro che sto leggendo] Non è un vento amico

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Tra le belle scoperte, in ritardo – per colpa mia! – perché questo volume lo avevo registrato nel Diario di un mese di libri di Ottobre,(Attenzione link in aggiornamento) c’è il libro di oggi ovvero “Non è un vento amico”. In quella occasione vi avevo scritto che mi era stato proposto alla lettura e che, prima di accettare, avevo controllato in rete ed avevo trovato una recensione che mi era molto piaciuta.

Oggi posso sinceramente dirvi che è stato un vero colpo di fortuna, Vincenzo ha talento da vendere anche perché il suo romanzo ha retto anche se letto dopo “Anime baltiche”. Stessi temi? No, ma stessi luoghi sì. Tempi diversi, ma le “atmosfere” molto simili.

Di nuovo atmosfere russe stile Vologda

Metà del 1800, lo zar Nikolaj ha chiesto un favore personale ad uno dei collaboratori per far rientrare dai paesi baltici qualcosa che non si deve sapere in giro. Contestualmente un giovane ufficiale, Georges Stroganov, viene incaricato di andare in quei luoghi e indagare su quanto stia succedendo lì.

È un luogo che è considerato un “purgatorio”, l’anticamera per una possibile riammissione in Russia dopo gli anni scontati in Siberia, per misfatti vari, ed è facile che le cose sfuggano al controllo dello zar, a meno che non vi sia un uomo fidato a mantenere le fila della situazione e a far rapporto in maniera tempestiva. Georges parte non sapendo a cosa si troverà di fronte ma deciso a guadagnarsi  l’apprezzamento dei suoi superiori.

Una bella storia quella di Non è un vento amico

Bello e anche di più. E’ stata una vera rivelazione! Una storia che denota una grande ricerca, una ricostruzione delle atmosfere ottocentesche baltiche ben fatta, che non è cosa da tutti i giorni. In più oltre alla base romanzata, si aggiunge un giallo a tinte decisamente forti e che riserva parecchi colpi di scena. Tiene in tensione dall’inizio, ovvero l’apertura del segreto della cassa, fino alla fine. 

Un libro davvero da leggere di cui vi parlerò dettagliatamente anche in recensione. Oggi ho copiato il testo a mano, ed ho iniziato dal secondo capitolo, proprio perché vi volevo far calare nel bel mezzo della vicenda e, sono sicura, che sarà irresistibile anche per voi!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


II 

25 ottobre 1854.

Le vie di san Pietroburgo erano grigie e buie e, a pomeriggio inoltrato, si completavano alcuni lavori per strada.
Città che non avevano mai pace erano queste: Londra, Parigi, la più lenta Roma e la rinata Mosca. Tutti luoghi nati e glorificati dalla fatica e persino dalla morte. Si narrava di migliaia di uomini che avevano perso la vita per dare lustro a San Pietroburgo, e che la città si reggesse sugli scheletri. Nessuno poteva dubitarne, giacché non vi era stato altro che un acquitrino prima che vi sorgesse la capitale. Tronchi, pietre, metalli e tutto ciò che era stato indispensabile a edificare quella nuova potenza mondiale era stato trasportato da molto lontano, attraverso foreste, terreni impervi e paludi che nascevano dal nulla e si spostavano a ogni capriccio dei fiumi. 
Non vi era nessuna certezza su quando sarebbero finite le piogge che avevano arrecato gli ultimi disagi e vi erano ancora cumuli di fango e di pozze da eliminare. Colpa dell’ennesima esondazione della Neva, della natura che spesso detta legge e dell’uomo che vi pone rimedio o arranca nel tentativo di farlo.
In quel periodo, gli allagamenti si susseguivano uno dopo l’altro, e i cittadini erano sfiancati. La città che era stata il desiderio e il più ambizioso obiettivo di Pietro il Grande, dopo un secolo appariva efficiente e moderna e aveva, con grande apprensione degli altri Stati, aperto la Russia alla ricchezza e alla mondanità.
Ma la natura inclemente non mancava di beffarsi di tutto ciò. Ingrassava i fiumi con acqua e fango e tormentava la costa con i forti venti da nord; la città affogava e le isole fluviali sparivano, lasciando un gran mare dorato a ricoprire ogni cosa.
Nonostante ciò, San Pietroburgo puntualmente rinasceva. Poco per volta s’asciugava e appariva bella, con i suoi lunghi viali e i canali su cui si affacciavano i palazzi imponenti, fastosi; con il suo popolo in continuo movimento ad arricchirla con la propria opera, fatica e con tutto il sudore di una vita.
Proprio sulla Neva si affacciava il palazzo governativo dove, quella mattina, era attraccata una piccola nave con un carico speciale. Il palazzo era la sede della compagnia che gestiva lo stesso battello e si occupava di organizzare i viaggi e le varie imprese per conto dello zar.
Le pellicce, il sale, raramente anche le costose spezie, erano gestite in quel luogo e nei magazzini attigui. La merci erano pesate e catalogate, e tutto ciò che doveva essere scaricato o spedito veniva registrato e poi archiviato nel grande palazzo.
Godunov era la mente di tutto quel complesso meccanismo: il suo ufficio si affacciava sulla Neva e, da lì, poteva ammirare il passaggio costante dei grandi battelli e il caos delle piccole imbarcazioni. Di sotto, operai erano intenti in mille occupazioni, ma la maggiore attività era il carico e lo scarico delle merci, con il conseguente frastuono, con le grida eccitate di mille odori che nascevano a ogni controllo di un nuovo arrivo.
Quella mattina, Godunov era nervoso e aveva seguito con apprensione l’arrivo di un particolare battello. Aveva il viso spiaccicato sul vetro della finestra e sbuffava ciclicamente, formandovi sopra un alone bianco.
«Non così! Che uomini mi tocca pagare! La feccia! Il peggio che si possa trovare. Poi ci si stupisce che il signo Godunov abbia perso quel carico… Ch abbia rotto quelle statue… che abbia bagnato le pellicce dello zar… Feccia! Il peggio che si possa trovare!»
La sua agitazione aumentava man mano che le manovre procedevano, e non si era mai staccato dal vetro della finestra, nonostante le operazioni di sbarco si protraessero da ore. Del resto, non era semplice: bisognava che la nave uscisse dal fiume per entrare nel primo bacino, dopodiché si serravano le enormi chiuse alle sue spalle e si pompava acqua affinché il livello si alzasse fino ad arrivare alla stessa altezza del secondo invaso. Solo allora a nave poteva entrare nel successivo bacino, alimentato da un piccolo affluente, e poi giungere al vero porto ai piedi del palazzo commerciale. Lì, con l’aiuto delle gru, si poteva scaricare.Godunov, quel pomeriggio, seguì tutta questa complessa operazione borbottando, poi aprì la finestra per seguire la conseguente procedura di scarico mimando con le mani tutta l’operazione. La gru, fissata su uno dei tanti magazzini, fu sbloccata dai suoi ganci sul muro e, una volta aperta, diretta verso il battello. Dopo tutte le manovre concitate e le bestemmie degli scaricatori, in poco più di una mezz’ora fu tirata fuori una cassa.
«C227!» urlò a se stesso Godunov. Iniziò quindi a girare nel suo piccolo ufficio guardandosi attorno con gli cchi spiritati. «Ma dove s’è cacciato?»
L’ambiente dove lavorava non era piccolo, ma il mobilio lo rendeva opprimente; iniziò a frigare sulla scrivania e versò l’inchiostro imbrattando tutto il piano. Imprecò a bassissima voce, mordendosi le labbra, e alzò lo sguardo descrivendo lentamente il perimetro della stanza e fermandosi infine sugli scaffali gravati da grossi volumi foderati in pelle. Tutto ciò che era stato registrato nella compagnia, si trovava lì.Poteva aver messo ciò che cercava su quelle scansie?
No, pensò. È troppo importante e lo avrei smarrito facilmente.
Probabilmente lo aveva portato sempre con sé, e proprio questa cosa poteva essere la ragione per cui ora non lo trovava: gli aveva cambiato troppe volte posto.
Di fronte alla libreria, pile d’incartamenti pencolavano su alcune sedie foderate in pelle e, a un angolo del muro, stavano appoggiate due balle di pezze di pelliccia.
Una stuoia era era e stesa sopra al cumulo a far mirare la sua bellezza e calore, e Godunov, istintivamente, ne alzò qualcuna, come se quello potesse essere un luogo di custodia. In giro e dappertutto, c’era altra carta in fasci, in libri o semplicemente sciolta e sparsa per terra. Sul muro apparivano in odo invadente, rispetto all’arredamento della stanza, un paio di cartine geografiche raffiguranti ambedue le stesse regioni, ma, stranamente, con geometrie territoriali diverse. Il che spiegava l’approssimazione con la quale s’intraprendevano i viaggi commerciali, a quei tempi. La via da seguire  per qualsiasi nuova avventura s’interpretava a seconda del tempo, dell’occasione e, a volte, del giudizio del comandante.
Su quelle mappe erano appuntati cari foglietti con degli spilli. Ma ciò che cercava Godunov non era lì: non era da nessuna parte.
Cercare o semplicemente muoversi in quell’ufficio era arduo; tanto più che Godunov, basso e pingue, si spostava a fatica, senza mai pervenire a una visione d’insieme, senza mai riuscire ad appropriarsi  completamente di quello che, a conti fatti, costituiva tutto il suo mondo. Il colletto della camicia era troppo alto e il vestito europeo gli contrastava qualsiasi movimento. Iniziò a sudare e i pince-nez  gli scivolarono giù dal naso. Godunov si fermò un attimo per raccogliere le forze e la memoria, e si massaggiò il ventre.Uno stupore improvviso gli fece cascare gli occhiali procurandogli un bollore istantaneo alla testa e, a seguire, le gocce di sudore gli rinfrescarono le tempie. 
Godnov accennò ad un sorriso e portò un foglietto ben vicino agli occhi.
Proprio il gilet, in una delle tasche basse sull’ampio panciotto, aveva trovato quel bollettino che tanto cercava, Lo lesse, si asciugò la fronte e si carezzò le folte basette. Era la cassa giusta.


Questo pezzo è tratto da:

Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
VociFuoriScena, ed. 2015
Collana “I ciottoli”
Prezzo 15,00€ 

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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