[Dal libro che sto leggendo] Rue de l’Odeon

14 mins read
Start

Come accennato nella relativa recensione, questo non è solo il racconto di un momento storico della letteratura e per alcuni versi più propriamente della poesia, bensì è anche un insieme di ricordi che riguardano una passione. E la cosa che stupisce è che non è considerabile come primitiva o atavica perché parla degli inizi del novecento, ma uguale a quella che muove ogni amante dei libri anche oggi. Questo ci ricorda che l’inamovibilità del sentimento non sempre è simbolo di rinuncia all’evoluzione, ma solo ed inaspettatamente sinonimo di coerenza nell’esercizio della lettura che è rimasto invariato nei secoli nonostante l’innovazione, la ricerca linguistica e stilistica e infine secondo le mode. Amare i libri non significa solo l’esercizio privato di lettura, che è personale e solitario per definizione ma anche la condivisione. Un lettore che ha letto un libro a suo pensiero o gusto straordinario sente sempre l’esigenza di condividerne il giudizio con gli altri. Ogni discussione arricchisce le sfumature percepite dal testo e solitamente funziona come un social network, ovvero si espande in continuazione man mano che la percezione e l’accettazione della formula di interpretazione del tema viene accettata da altri lettori che a loro volta sentono la necessità di ricondividerla.
In fondo questa è il primo veicolo di diffusione e di sopravvivenza della cultura che si tramanda non solo per iscritto, altrimenti rimarrebbe chiusa a prendere la polvere nelle biblioteche perché non letta, ma  condivisa tramita la passione di chi ogni giorno decide di iniziare fantastici viaggi nelle storie, o vite o pensieri che un autore, lontano o vicino nel tempo, ha deciso di trascrivere su carta. Adrienne Monnier creava questa magia proprio nella sua libreria in Rue de l’Odeon…e voi quante volte l’avete fatto?
La magia dei libri, in fondo sta tutta qui:)

Buone letture,
Simona Scravaglieri


LA MAISON DES AMIS DES LIVRES 

La fondazione della Maison des Amis des Livres è stata una questione di fede: a mio avviso ogni dettaglio corrisponde a un sentimento, a un pensiero.
Il commercio, per me, implica un sentimento toccante e profondo. Credo che un negozio sia una vera e propria camera delle meraviglie: nel momento in cui il passante supera la soglia della porta che chiunque può aprire, quando penetra in questo luogo impersonale, pare che nulla snaturi l’aspetto del suo volto, il tono delle sue parole. In piena libertà compie un atto che crede scevro di conseguenze impreviste. Tra il suo atteggiamento esteriore e il suo io profondo c’è una corrispondenza perfetta, e se sappiamo osservarlo in quell’istante in cui non è altro che uno sconosciuto, possiamo, ora e per sempre, conoscerlo nella sua verità. Rivela tutta la buona volontà di cui è provvisto, cioè la misura della sua accessibilità nei confronti del mondo, quel che può dare e ricevere, il rapporto esatto che sussiste tra lui e gli altri uomini.
Questa conoscenza immediata, intuitiva, questo fissarsi furtivo dell’anima, come sono facili in un negozio, luogo di transizione tra la strada e la casa! E quante scoperte sono possibili in una libreria in cui passano necessariamente, tra gli innumerevoli pedoni, le Pleiadi, quanti tra noi sembrano già un po’ “grandi persone blu”, che con un sorriso giustificano quel che chiamiamo le nostre speranze migliori.
Vendere libri sembra a certuni altrettanto banale che vendere oggetti o derrate generiche, qualcosa che si basa sulla stessa tradizione monotona che non richiede altro al commerciante e all’acquirente se non il gesto dello scambio di denaro per l’acquisto della merce, gesto che generalmente è accompagnato da qualche formula di cortesia.
Penso innanzitutto che la fede profusa nel vendere libri possa applicarsi a tutti i gesti quotidiani: si può esercitare qualunque commercio, qualunque professione, con una soddisfazione che a volte è pienamente lirica. Un essere perfettamente adattato alla sua funzione, che lavora in armonia con gli altri, prova una pienezza che diventa facilmente esaltazione quando si rapporta con.uomini che quanto alla vita stanno sul suo stesso piano. Appena può comunicare e far sentire ciò che prova, si moltiplica, va oltre se stesso e si sforza quanto più possibile di essere poeta. Questa elevazione, questa delicatezza, non sono forse lo stato di grazia in cui tutto si illumina di un senso eterno? Ma se ogni uomo cosciente può esaltarsi per il suo mestiere e cogliere i rapporti ammirevoli che lo collegano alla società, quali saranno allora i sentimenti di noi librai, che prima di ogni pensiero rivolto al guadagno abbiamo basato il nostro lavoro sui libri, li abbiamo amati con trasporto e abbiamo creduto nella potenza infinita dei più belli!
Certe mattine, sola in libreria, circondata soltanto dai libri sistemati sui loro scaffali, sono rimasta per lunghi istanti a contemplarli. E i miei occhi, fissandoli, dopo un po’ non vedevano altro che le linee verticali e oblique che segnavano i loro dorsi, sagge linee tirate sul muro grigio come aste tracciate dalla mano di uno scolaro. Di fronte a questa manifestazione elementare che si imprime in un’anima fatta di ogni idea e ogni immagine, ero colta da un’emozione tanto potente che a volte mi sembrava che avrei potuto trovare sollievo soltanto scrivendo ed esprimendola. Ma nel momento in cui la mano cercava la penna, la carta…qualcuno entrava, poi veniva altra gente, e le figure della giornata assorbivano il grande slancio del mattino. Spesso sentivo che mi erano resi «ogni grazia del lavoro, e ogni onore e ogni genio», come dice Claudel ne La città, opera in cui mi sembra vi siano scritte ben altre parole destinate a me, e con Lala potrei dire:

Come l’oro è il segno della merce, anche la merce è un segno
Del bisogno che la chiama, dello sforzo che la crea,
E quel che chiami scambio, io lo chiamo comunione.

Quando ho fondato la mia libreria, nel novembre del 1915, non avevo nessuna esperienza in fatto di commercio, non conoscevo neppure la contabilità, e poi avevo tanta paura di passare per una commerciante meschina da rischiare sempre di trascurare i miei interessi, il che era peraltro una forma di infantilismo.
Si tende a credere che la vita spenga l’entusiasmo, deluda il sogno, deformi le concezioni prime e realizzi un po’ a caso quel che le si propone. Eppure posso affermare che agli inizi della mia impresa la fede e l’entusiasmo erano di gran lunga inferiori rispetto a oggi. La mia idea iniziale era alquanto modesta: cercavo solo di mettere in piedi una libreria e un circolo di lettura dedicati soprattutto alle opere moderne.
Avevo davvero pochi soldi, e fu questo a indurmi a specializzarmi nella letteratura moderna: se avessi avuto molte finanze, di certo avrei voluto acquistare tutto ciò che esisteva quanto a opere a stampa, realizzando una specie di Biblioteca nazionale. Ero persuasa che il pubblico chiede soprattutto una gran quantità di libri e ritenevo che fosse davvero audace avviare l’attività con un fondo di appena tremila volumi quando certi circoli di lettura ne annunciavano ventimila, cinquantamila e addirittura centomila! La verità è che uno solo dei muri era coperto di libri: gli altri erano adorni di immagini, di una grande scrivania antica, di un cassettone in cui riponevo la carta da imballaggio, i nastri e tutto quello che non sapevo dove mettere, e le sedie erano le sedie antiche di campagna che ho ancora. La libreria non aveva davvero l’aria di un negozio, ma non era qualcosa di voluto, e certo non credevo che in futuro avrei ricevuto tante lodi per quel che mi sembrava un accomodamento. Contavo sui primi guadagni per aumentare indefinitamente il fondo. Questi primi guadagni si basavano soprattutto sulla vendita di libri nuovi e d’occasione, perché non osavo sperare di trovare abbonati per il circolo di lettura se non dopo diversi mesi.
Uno dei problemi principali all’inizio fu la preparazione dell’espositore esterno per la vendita dei libri d’occasione. Questa operazione richiedeva che rimanessi esposta io stessa allo sguardo dei passanti per più di cinque minuti: bisognava portar fuori i cavalletti, il cassone, poi i libri e le riviste, che erano roba vecchia per lo più proveniente da biblioteche di famiglia.La prima volta che ho sistemato quell’espositore ero emozionata fino all’angoscia, e sistemata l’ultima pila di libri mi sono precipitata nel retro bottega, come se avessi fatto uno scherzo a un passante. Da dietro la tenda guardai lo spettacolo per me straordinario della formazione di un piccolo capannello davanti ai miei libri, e i volti che apparivano dietro la vetrina mi facevano ora scoppiare a ridere ora fremere per l’apprensione: se fossero entrati, se mi avessero rivolto la parola! Ed ecco che un’anziana signora prese un volume dallo scaffale apprestandosi a compiere il grave atto di essere la mia prima acquirente. Qualcuno si affrettò a venir fuori dal retrobottega balbettando un cerimonioso «buongiorno» alla signora che con aria molto naturale mostrò la sua scelta. Era L’avvenire di Aline di Henri Gréville, prezzo 0,75 franchi. Ebbe la bontà di non trattare sul prezzo: se avesse voluto trattare, la situazione sarebbe divenuta penosa, perché sarei stata combattuta tra la tentazione di cedere per concludere l’affare al più presto e quella di insistere su quel prezzo peraltro davvero modesto, per mostrare di essere una libraia seria che non si mette a mercanteggiare. Dovetti comunque avvolgere quel libro con un nastro, dare il resto di un franco, ringraziare vivamente… Alla fine quella signora si accorse dell’emozione straordinaria che aveva provocato, se ne andò visibilmente turbata e non tornò mai più.
Per suscitare la tentazione di un abbonamento di lettura, avevo affisso alla porta una locandina scritta a mano con le condizioni dell’abbonamento e la lista degli autori di cui avevo le opere complete. Quella lista rappresentava un compromesso tra i miei gusti e quelli del pubblico: pensavo che per riuscire fossero necessarie delle concessioni. E non avevo torto, tanto più che queste concessioni erano alquanto contenute. La fede non guadagna nulla dal fanatismo. D’altronde lo spirito con cui si fonda un’impresa ‘dopo un po’ opera da solo, basta aver cura di non lasciar spegnere la sua fiammella.


Questo pezzo è tratto da:

Rue de L’Odeon
La libreria che ha fatto il Novecento
Adrienne Monnier
:duepunti Edizioni, ed. 2009
Collana “Terrain vaugue”
Prezzo 12,00€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

"Rue de l'Odeon", Adrienne Monnier - Diario segreto di una vita tra libri e autori...

Previous Story

Edizione speciale! Parola a Fran Lebowitz...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: