Vorrei dirne solo belle cose ma…

La felicità del cactus, Sarah Haywood

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È complicato per me scrivere una recensione come quella di oggi, quindi andiamo un po’ a braccio perché davvero non so da che parte partire. Il libro di oggi è solo una storia, che non ha grandi pretese di rimanere eternamente con noi, ma il cui titolo italiano è pertinente come l’originale inglese, The Cactus.
Ora premettiamo che l’ho acquistato in un afoso pomeriggio dell’inizio di Giugno; venivo da una settimana alquanto complicata dopo un colloquio , un libro pessimo di cui non vi parlerò, il caldo imperante che mi fa sudare – e io odio sudare-. Insomma una settimana da cancellare.
Quindi, quando l’ho scelto, sapevo solo di stare acquistando un prodotto in offerta, con una copertina spettacolare e, udite udite, scritto con caratteri leggibili! Non avendo letto manco un rigo della presentazione ho solo aperto la prima pagina, una volta arrivata a casa, per poi ritrovarmi a seguire l’avventura, con finale piuttosto certo, di Susan…

Susan è come i suoi adorati cactus, pungente, perfettina, ordinata, precisa, vive una vita pianificata senza picchi, lavorando in una società parastatale, con uno stipendio medio, aspirando a meno contatti possibili con i colleghi e con la gente in generale.

Frequenta un uomo con cui ha stretto un accordo: lei lo seguirà nelle sue visite a teatri, concerti e quant’altro, magari avranno anche una relazione fisica, ma null’altro. Non ci saranno innamoramenti, domande importune sulla vita privata e nemmeno scenate. Ognuno vivrà la propria vita durante la settimana fino al giorno in cui ci sarà l’incontro periodico, pianificato e concordato da ambo le parti per poi ricominciare con la propria routine.
Ma quando la storia inizia Susan ha appena perso sua madre, che viveva ancora a Birmingham, mentre lei da anni si è trasferita a Londra. La donna aveva visto tornare a casa lo scapestrato Ed, fratello minore di Susan, a cui è sempre stato passato ogni errore e il testamento, appena aperto, rivela l’ennesimo favoritismo: Ed potrà vivere nella casa di famiglia finché vorrà e solo quando la lascerà verrà venduta e il ricavato potrà essere diviso tra i due fratelli.
Il problema di base è che a Susan quei soldi servono subito visto che, nella sua pianificatissima vita, è occorso un problema che non era affatto preventivato. Riuscirà nel suo intento?

Il romanzo rosa "La felicità del cactus"
(Simona Scravaglieri)

E non ve lo dico se ci riesce o no! Ma vi posso dire che la scrittura, traduzione o no, è molto piacevole.

La storia invece riesce ad avere un buon ritmo grazie alla costruzione come fosse un giallo: Susan si trova di fronte a parecchi ostacoli come ad esempio l’amico del fratello (che non concede informazioni), la zia svampita (perché vi aspettereste che non ci fosse? c’è sempre!) che ha anche due figlie gemelle che corrispondono perfettamente allo stereotipo, finendo la frase una dell’altra e tutta un’altra sequela di personaggi improbabili, tipo un prete che svela le confessioni della ormai trapassata parrocchiana.
Quindi qui si situa il mio imbarazzo: prendete un libro marcatamente del genere “rosa”, aggiungeteci tutti i tipi di personaggi che vi aspettate che ci siano, tutte le situazioni che pensate dovrebbero contenere e avrete costruito buona parte di questo intreccio e, aprendolo, li ritroverete tutti.

Ma non è una storia da buttare…

Non lo è perché a tratti è anche divertente, risulta una lettura rilassante e nonostante tutto, ovvero la tizia che odia il mondo e che viene riconvertita dal mondo stesso, non è una storia particolarmente melensa. L’amore, quello con la “A” maiuscola, non è così predominante, lei non sta lì a triturare il suo cervello e quello del lettore con quei pensieri del tipo “morirò da sola!” o “troverò mai il mio lui???” non ha gatti (male!) non ha picchi di sdolcinatezza e, mentre corre da una città all’altra, tu non hai nemmeno il tempo di porti la domanda del “che cos’altro possa succedere ancora”.
Ecco, Susan ha una dose di pazienza assoluta, io avrei mollato praticamente subito (infatti su di me non hanno scritto mai di queste storie), ma è anche vero che è particolarmente cocciuta, ottusa direi. E in questo mi ha ricordato tutte quelle rigogliose corbellerie che mi capita di leggere sulle sorelle Bennet e sulla loro ideatrice Jane Austen. Quindi, ragionando per assurdo – almeno per il mio modo di guardare all’opera di zia Jane-, uno può dire che se nell’immaginario rosa l’aspetto più interessante della vicenda di Orgoglio e pregiudizio è l’evoluzione del personaggio di Elisabeth con l’accettazione dolorosa che il gossip raramente riporta informazioni vere, per Susan, che vive ai nostri tempi, la crescita sta nell’accettazione che la vita è un’insieme di coincidenze.

Opporsi ad una vita che ti capita a caso è cosa giusta, pretendere che tutto funzioni come pianificato è cosa stupida.

La crescita c’è stata? E non ne sono proprio convinta: trattandosi di un romance che si traveste da romanzo, in parte la comprensione di una vita condizionata dal caso c’è ma, e qui è il difetto di storie del genere, per far contenti sempre tutti c’è sempre una sorta di compromesso. Compromesso che non è richiesto da qualcuno, non c’è un obbligo che le storie debbano sempre avere una fine bella e che accontenti tutti i personaggi, ma pare che nel genere sia cosa stabilita, pianificata e l’unica opzione accettabile.

E qui il disappunto: ho letto un libro romance che mi ha intrattenuto abbastanza da farmi distrarre dalle occorrenze di quella pesante settimana, l’ho trovato il perfetto divertissement, ma con milioni di difetti.

Lei sembra una di quelle che nella vita tirano capocciate al muro almeno dieci volte al giorno, tu puoi dirle “Guarda Susan il muro non è morbido, ti fai male” ma lei continua imperterrita.
Ciò non è verosimile, cioè, una può essere convinta che fare una cosa sbagliata sia giusto, ma prima o poi le salterà il dubbio, a quarant’anni suonati peraltro, che forse la capocciata al muro non le regala altro che commozioni celebrali e forti mal di testa, o sbaglio? Se sbaglio ditemelo, perché davvero non ci arrivo…
Ce ne sono altri di difetti, ad esempio la necessità della zia scema; pare che se non hai una parente o un’amica scema, tu l’amore non lo puoi trovare e, aggiungo, non lo trovi manco se cerchi uno come te. Nella cosmologia dei romance sembra che i due debbano per forza venire sempre da mondi completamente opposti, lei deve essere sempre sciocca, e io a questa cosa non mi rassegnerò mai, lui deve sempre risolvere e sopportare pazientemente quasi da sembrare o un santo o un cretino.

Ma probabilmente sono io che sono abituata a leggere altro.

Ricordo che però da giovanissima lettrice annoiata a casa di mia nonna, la cui unica alternativa alla lettura di antologie scolastiche o al dettato (eh, sì ero nipote di una maestra elementare!) era la lettura degli immancabili libri di Liala, di cui la stessa nonna era una lettrice accanita; in mancanza d’altro avevo cominciato a leggerli quei libri e ad apprezzare quelle atmosfere della prima metà del ‘900 per me così lontane e fantastiche.
Ricordo queste donne sempre di buona famiglia che erano nate e destinate, come le sorelle Bennet, a fare le mogli ma non me le ricordo così, perdonatemi, sceme.

Ricordo che l’unica cosa che apprezzavo di Liala era il fatto che desse il tempo alle sue eroine di presentarsi, di indagare sui loro sentimenti e di avere dei tentennamenti, di cercare la confidenza o lamentarne la mancanza ma mai, davvero mai, seppur armate della giovanile tracotanza, mai dicevo risultavano bidimensionali. Laddove ci fosse un momento cruciale, Liala, ci inseriva la descrizione di un luogo o di un evento. Ricordo di aver desiderato vivere almeno alcune di quelle vite non tanto per essere “moglie devota e perfetta” ma per vivere promesse di avventure che allora mi sembravano attraenti.

Quindi, confrontando con quello che oggi vi presento, messo su carta virtuale una parte dei pro e dei contro, forse dovrei dire che “La felicità del cactus” è una perdita di tempo.

In fondo lo è, ma stavolta risulta anche essere un gradevole passatempo, probabilmente per questa trama che si nutre di colpi di scena. Ha i suoi momenti di stasi, io fossi stata l’editor avrei tagliato parte dei ricordi che l’autrice usa per informare i suoi lettori dei trascorsi che servono a capire certi atteggiamenti dei protagonisti, ma in fondo va bene anche così.
Per cui mettiamola così: se siete al mare o in montagna, o siete come me in un momento difficile che vi monopolizza tutta l’attenzione, forse questo libro può essere un piacevole intermezzo. Non ci troverete una storia che vi stupirà, ma è una storia raccontata bene, che ha dal suo una penna scorrevole, situazioni che si alternano a volontà cambiando continuamente le carte in gioco. Probabilmente non sarà il capolavoro del secolo, ma nel genere in cui si attesta, rispetto alle milioni di zozzerie su cui mi è capitato di posare gli occhi, questo è comunque un ottimo libro. Ecco l’ho detto, anzi l’ho scritto: lettore avvisato, mezzo salvato!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La felicità del cactus
Sarah Haywood
Feltrinelli, ed. 2017
Traduzione a cura di Chiara Mancini
Collana “Universale economica Feltrinelli”
Prezzo 15,00€

Simona Scravaglieri

Accumulatrice seriale di libri, amante di quelli particolarmente vecchi, continua ad avere una sola libreria organizzata di libri letti. Le altre? Che sia il caso a decidere che cosa leggerà di nuovo.

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